"Nel paese delle creature selvagge", di Spike Jonze
Qui si gioca tutto. Si gioca con il proprio modo di guardare al mondo e al cinema. Si gioca per dimenticare quegli spazi vuoti che punteggiano di nero la vita. Si gioca come bambini o come creature selvagge, senza meta o scopo, solo per sentire che il sangue scorre nelle vene, fa battere il cuore e pulsare la testa. Si gioca all’avventura e si sogna una famiglia, il calore di una casa, dove dormire ammucchiati, per sempre
Certo: Jonze deve proprio aver perso la testa per questo libro per l’infanzia, Where the Wild Things Are, scritto e illustrato dall’americano Maurice Sendak, pubblicato nel 1963 e diventato in breve tempo un cult, letto da milioni di bambini e adulti, soprattutto nel mondo anglosassone. La storia è quella di Max, bambino vivace e irrequieto, che vive con la madre e la sorella. A Max piace giocare con la neve, costruire igloo, fare la guerra. Sogna di fare l’esploratore, di navigare, volare. Max racconta storie bellissime, anche se molto tristi. Soffre di solitudine, e non sopporta di vedere la madre con un altro uomo. Max urla, sale in piedi sul tavolo, morde, è aggressivo. “Tu non ti controlli” le urla le madre, esasperata. E’ la rottura. Il bambino fugge, vestito da lupo, sale su una barca, viaggia in mare per una notte e un giorno e arriva su un’isola abitata da strane ed enormi creature, che, dopo un’iniziale diffidenza, lo eleggono a loro re. A salvarlo è una storia: regni, vichinghi, poteri magici, promesse di felicità. Solo le storie ci salvano la pelle. Anche se palesemente inventate, false, sconclusionate. E’ il bisogno di fede che ci fa credere nel potere miracoloso delle storie. The Wild Things Are non è affatto un racconto per bambini. Semmai cerca il punto di vista di un bambino, si sforza di esserne all’altezza, all’altezza di una fantasia assolutamente indomabile. Ma i bambini non parlano mica solo ai bambini. Parlano la nostra stessa lingua, al pari della creature selvagge. Spike Jonze finalmente si libera di quel fardello chiamato Charlie Kaufmann, di quella scrittura che cerca l’intelligenza, ma tro
va solo la morte. Chiama al suo fianco lo scrittore Dave Eggers (L’opera struggente di un formidabile genio, Conoscerete la nostra velocità, La fame che abbiamo), accarezza i deserti, le foreste e i tramonti mozzafiato dell’Australia con le musiche splendide di Karen O. e Carter Burwell. In controluce ritrova la sospensione magica dei sogni e lotta come un folle per ricreare il mondo a più livelli illustrato da Sendak, lavorando sulle scenografie e i costumi. Persone in carne e ossa che si muovono dentro mostri pelosi alti tre metri, pupazzi che, nella versione originale, parlano le voci di James Gandolfini, Forest Withaker, Paul Dano, Chris Cooper. E, sopra tutti, un piccolo protagonista straordinario, Max Records, che corre, fatica, cade e si rialza con una presenza fisica mai vista. Jonze vola via lontano dai sicuri intellettualismi di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee e gioca il tutto per tutto. Gioca contro i produttori che provano in ogni modo a costringerlo, a ingabbiarlo, come se fosse un bambino irrequieto. Gioca a spiazzare coloro che lo avevano applaudito per i film precedenti, con lo strano destino di essere frainteso prima ancora di esser visto, di esser giudicato prima ancora che compreso e poi amato e difeso. Gioca con le infinite suggestioni del testo di partenza, di questa piccola splendida storia di formazione, che cerca tra le pieghe della solitudine e del dolore la via dell’autocontrollo, la (mai) pacifica accettazione dei
misteri più profondi di questa strana cosa che è l’esistenza. E ognuno di noi è chiamato a giocare il tutto per tutto. Si gioca con il proprio modo di guardare al mondo e al cinema. Si gioca per dimenticare quegli spazi vuoti che punteggiano di nero la vita. Si gioca come bambini o come creature selvagge, senza meta o scopo, solo per sentire che il sangue scorre nelle vene, fa battere il cuore e pulsare la testa. Si gioca all’avventura e si sogna una famiglia, il calore di una casa, dove dormire ammucchiati, per sempre. Si inventano storie per correre lontano dalle sofferenze, dalle solitudini, dalle paure, dalle cento mille piccole perdite che raccontano di una morte quotidiana. Qui si ritorna bambini per non perdere il contatto con la terra, con l’istinto, il cuore, con le lacrime, i sorrisi. Qui ogni fredda considerazione, alla lunga, non può reggere alla prova dei sentimenti. Ce ne freghiamo di chi cerca i capolavori, gli sterili equilibri della perfezione. Nel paese delle creature selvagge è un film squilibrato? Forse, e allora? Perché mantenere il controllo se è proprio la mancanza di controllo che si vuole raccontare? Se il cinema è una casa stregata, come non riconoscere in Carol e in Max i nostri fantasmi, quelle emozioni che giacciono al fondo dei nostri cuori, pronte a riesplodere ad ogni crisi, ad ogni svolta? Sullo schermo si agita il sogno di una libertà assoluta, una libertà che non può che coincidere con la verità delle passioni. E’ quella verità che temiamo sopra ogni altra cosa, la nostra debolezza, ciò che ci rende dei selvaggi, ci richiama alle nostre reazioni sconsiderate, alle intemperanze, agli scatti di ira, alle cento, mille, mostruosità di cui siamo fatti. Il sole morirà e si spegnerà tra i nostri ululati. Abbaiamo per non piangere. Ma ogni distacco è l’inizio di un nuovo cammino. Ricominciamo il putiferio!!! Fino alla fine del mondo. Titolo originale: Where the Wild Things Are
Regia: Spike Jonze
Interpreti: Max Records, Catherine Keener, Pepita Emmerichs, Mark Ruffalo
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 101’
Origine: USA, 2009
Sono presenti 1 commenti
-
Bella recensione, difendiamo questo film nello sterile universo del novantacinque per cento del cinema mondiale. Per me è già il film dell'anno. Su Jonze: i precedenti sono pure dei bei pugni nello stomaco, di quelli che fanno bene, però... e poi being john malkovich è già un culto<br />p.s. in effetti non credo che i fan di Jonze siano spiazzati da quest'ultimo film.
Inviato da andrea caramanna il 03/11/2009
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