"Codice Genesi", di Allen e Albert Hughes
I fratelli Hughes amano filmare l’apocalisse e mettere alla prova il racconto per immagini con la liturgia di un progetto “politico” che riscopre un linguaggio popolare e allo stesso tempo scomodo. Pur non inventando nuove traiettorie del cinema di genere, riescono a scavalcare la “trappola” del film enciclopedico, per riuscire a raccontare tra sparatorie, nature morte e monologhi ecumenici, la storia di un atto di fede contro la fede
Già nei primi minuti veniamo immersi in un mondo dove i poveri cromatismi di una fotografia desaturata ai limiti del bianconero suggeriscono una ripartenza, un grado zero da cui tentare di ripensare il cinema. Quello di Codice Genesi è un mondo raso al suolo da un guerra (probabilmente di religione) che ha annientato l’umanità. I pochi sopravvissuti rimasti si sono ridotti a vivere mangiando carne umana o formando violente comunità di analfabeti dove il baratto e la bestialità sono tornate a essere elementi sociali centrali. In un contesto del genere la conoscenza del Libro Sacro torna a essere elemento imprescindibile per una nuova forma di comando. È quello che ossessiona Carnegie (G. Oldman), boss caricaturale e shakespeariano di una cittadina che sembra provenire direttamente da un film di John Carpenter (ma non è assente anche l’influenza di Leone e Walter Hill). Quando arriva Eli (D. Washington), ultimo custode della Bibbia, diretto verso ovest, Carnegie cercherà di convincerlo con tutti i mezzi a sua disposizione di farsi consegnare il manoscritto.
Alla base di Codice Genesi c’è infatti una riflessione esplicita sulla pratica della riscrittura. Il protagonista Eli riscrive (e possiede) il testo sacro, come i fratelli Hughes riscrivono (e possiedono) il cinema. Lo fanno attingendo a piene mani da referenti cinematografici conosciuti e spesso abusati certo. Siamo però lontani dal pastiche più superficialmente attraente che inebriante del Doomsday di Neil Marshall. Codice Genesi, che pure ha dei tratti in comune con la pellicola, sembra soprattutto rifarsi a una poetica cinematografica in cui gli elementi citazionistici si appoggiano a una visione formale e drammaturgica dello spettacolo cinematografico con ambizioni autoriali (e testuali) più alte. Assolutamente sorprendente è in tal senso l’affresco infernale e disperato in cui gli Hughes immergono l’epilogo dello sconfitto Oldman nella sua città-regno in rivolta. Così come molti elementi visivi e bozzettistici – la coppia di anziani cannibali, i campi lunghi di interstatali dissestate e postatomiche – rimandano al testo letterario di Cormac McCarthy La strada o al sottovalutato Cuaròn de I figli degli uomini (si veda soprattutto poi il magnifico piano sequenza "ritoccato" dell’assalto alla casa, il sottofinale in barca tra Eli e la giovane compagna). I fratelli Hughes – come già era lampante in La vera storia di Jack Lo Squartatore – amano filmare l’apocalisse e amano mettere alla prova il racconto per immagini con la liturgia di un progetto “politico” che riscopre un linguaggio cinematografico popolare e allo stesso tempo scomodo. Pur non inventando nuove traiettorie del cinema di genere, riescono a scavalcare la “trappola” del film enciclopedico, per riuscire a raccontare tra sparatorie, nature morte e monologhi predicatorii, la storia di un atto di fede contro la fede.
Titolo originale: The Book of Eli
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Ho visto il film e mi era piaciuto molto, credevo di av erlo capito bene ma con questa recenzione ho capito che avevo visto un altro film......ORA HO CAPITO TUTTO GRAZIE!!!!!!!!!
Inviato da PIETRO FERRERI...CIAO CARLO.......... il 16/08/2010
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