"Solomon Kane", di Michael J. Bassett
Da una straordinaria raccolta di racconti, un sorprendente heroic-fantasy dal notevole impatto visivo: il giovane e promettente Michael J. Bassett immerge il suo Solomon Kane nel fango e nel sangue e realizza un prodotto di genere curatissimo nelle ambientazioni e innegabilmente coinvolgente. Un ottimo esempio di intrattenimento intelligente, profondamente inglese nell’animo e privo di inutili velleità
Sono un vagabondo senza terra.
Esco dal tramonto e m’avvio nell’aurora…
Dunque il Signore guiderà i miei passi, per vie pure o immonde.
Forse cerco la salvezza della mia anima, forse no.
Michael J. Bassett è nome da tenere d’occhio: dopo l’ottimo esordio di Deathwatch e una meno convincente opera seconda (Wilderness), il giovane regista inglese fa il suo debutto nel cinema mainstream decidendo di confrontarsi nientemeno che con un personaggio come quello di Solomon Kane. Abbandona gli intenti autoriali che fino ad ora lo avevano contraddistinto e prende di petto il genere heroic fantasy contaminandolo con quella giusta componente horror (decisamente più nelle sue corde) che giova non poco al tutto: ne esce un prodotto sorprendentemente compatto, non privo di ingenuità ma allo stesso tempo carico di una forza visionaria sorprendente. Il suo Solomon Kane è un film che sposa la terra, la neve e il fango: Bassett li mescola con il sangue e realizza un film di genere senza presunzioni e velleità, in grado di coinvolgere per tutta la durata senza mai mancare di rispetto allo spettatore, grazie a un uso limitato degli effetti digitali (anche se nel finale c’è qualche caduta di tono di troppo) e un talento visivo in grado di costruire immagini di grande forza evocativa. Questo grazie soprattutto a un approccio “naturalistico” al set: come nei suoi precedenti film infatti tutte le ambientazioni sono reali, senza blue screen o interventi digitali, contribuendo non poco al fascino della pellicola, immersa com’è in un’atmosfera d’altri tempi e ricca di eleganti soluzioni visive. Bassett costruisce minuziosamente le sue inquadrature e le riempe di dettagli visivamente straordinari, quasi testimoniando una ferocia che la sua macchina da presa registra passo dopo passo, profondamente british nello spirito e debitrice ora de Il Grande inquisitore di Michael Reeves, ora de I Diavoli di Ken Russell (con tutti i distinguo del caso, ovviamente): anche sceneggiatore, non adatta alcun racconto di Howard ma preferisce elaborare un soggetto inedito, rielaborando il personaggio senza rinunciare alla sua caratteristica complessità psicologica. A conti fatti, il suo Solomon Kane è un gustoso ibrido tra il semplice intrattenimento da blockbuster e la personale rivisitazione di un genere: gettato alla rinfusa nella desolante programmazione estiva, è una piccola sorpresa che gli appassionati non dovrebbero lasciarsi scappare (non a caso produce Samuel Hadida, già nume tutelare di gente come Roger Avary e Christophe Gans).
Titolo originale:id.
Regia: Michael J. Bassett
Interpreti: James Purefoy, Pete Postlethwaite, Max von Sydow, Rachel Hurd-Wood, Alice Krige
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 104’
Origine: Gran Bretagna, Francia, Repubblica Ceca, 2009
LO SPADACCINO PURITANO DI ROBERT E. HOWARD
Maledetto fu Conan il Barbaro: se lo straordinario successo del guerriero cimmero non avesse ottenebrato in via definitiva il già scarso acume critico dei suoi editori, Robert Erwin Howard - che non scriveva solo per passione, ma anche per guadagnarsi il pane – non sarebbe mai stato costretto ad abbandonare quello che può tranquillamente essere definito il suo personaggio migliore, lo spadaccino puritano Solomon Kane. Già, perché cento Conan non valgono mezzo racconto di Solomon Kane: senza nulla togliere al fascino e al valore delle opere sul barbaro, niente può eguagliare la complessità psicologica del capolavoro di Howard, concepito in tenera età (intorno ai 16 anni, pare) e protagonista solamente di 16 episodi – tra racconti, poesie e addirittura scritti incompiuti. Chi è Solomon Kane? Dalla lettura delle sue avventure emerge una biografia tanto travagliata quanto piena di buchi e zone d’ombra: allevato nell’ortodossia puritana del XVI secolo e abile spadaccino, compì spedizioni volte a sconfiggere il male in tutte le sue forme, viaggiando di volta in volta attraverso l’Europa e l’Africa; posseduto da una potentissima fede e sempre convinto di agire nel nome del giusto e del Bene, non esita a trucidare senza pietà chiunque incontri sul suo cammino, salvo poi ritrovarsi dilaniato dai dubbi sull’effettiva giustizia da lui effettuata… Lo scenario nel quale si muove è popolato da vampiri, fantasmi, cannibali, zingari, pirati e altri indicibili orrori: come nella migliore tradizione fantastica della prima metà del Novecento, Howard crea universi meravigliosi nei quali il lettore si trova catturato sin dalle primissime pagine; descrive città esotiche e orrori primordiali con una sorprendente padronanza stilistica e non risparmia pagine e pagine su duelli e scontri sanguinari – come preludio a ciò che sarà poi Conan. Erano gli anni della storica rivista Weird Tales, la stessa per la quale collaborò a lungo Howard Phillips Lovecraft, con il quale Howard instaurò una profonda amicizia epistolare: animo tenero e sensibile nascosto da un fisico possente, quasi da culturista, Robert Howard aveva sviluppato un attaccamento alla figura materna talmente morboso al punto che, il giorno stesso in cui la donna cadde in coma irreversibile, andò nel deserto e si sparò alla tempia (la madre gli sopravvisse un giorno solo). Aveva 30 anni, e di lui scrisse Lovecraft: "la sua dipartita è una tragedia di proporzioni incalcolabili, e un colpo dal quale la narrativa di fantasy stenterà un pezzo a risollevarsi."
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