FESTIVAL DI ROMA 2009 - "Les regrets", di Cedric Kahn (Concorso)
Pellicola tutta incentrata sulla repressione del desiderio e la perdita di controllo – non a caso Mathieu è un architetto che crede nell’utopia della perfezione, salvo poi veder crollare sotto i suoi occhi l’utopia amorosa. I rimpianti che danno il titolo al film non sono solo quelli che hanno a che fare con l’amore perduto e la nostalgia, ma anche l’impossibilità, da parte dei due protagonisti, di vivere il rapporto amoroso con una passionalità che non sia marcia di autodistruzione
Uno dei nomi che più attendevamo in questa quarta edizione del Festival di Roma era Cedric Kahn, che quest’anno portava in Concorso una storia d’amour fou sulla carta vicina alle ossessioni morbose già analizzate da Kahn nell’adattamento de La noia di Moravia realizzato una decina d’anni fa. Nei giorni che precedono la morte della madre gravemente ammalata, Mathieu (Yvan Attal) incontra, nel paese dove è cresciuto, Maya (Valeria Bruni Tedeschi), il suo primo amore che non vede da quindici anni. Ne nasce subito una forte attrazione erotica che sembrerebbe dare inizio a una relazione a distanza tra i due, entrambi legati a un partner. Quando dopo alcuni incontri la donna pare raffreddarsi e respingere le attenzioni e i progetti di Mathieu, quest’ultimo cade repentinamente in una follia incontrollata, prigioniero dell’amore per la donna e di un senso del possesso che finirà con il mettere in discussione il suo equilibrio sentimentale e lavorativo.Materiale difficile e incandescente quello di Kahn, che con questa sua settima pellicola rinuncia alle atmosfere noir e inquietanti che avevano caratterizzato i notevoli Roberto Succo e Luci nella notte, per approdare a una storia tutta incentrata sulla repressione del desiderio e la perdita di controllo – non a caso Mathieu è un architetto che crede nell’utopia della perfezione, salvo poi veder crollare sotto i suoi occhi l’utopia amorosa. I rimpianti che danno il titolo al film non sono quindi solo quelli che hanno a che fare con l’amore perduto e la nostalgia, ma anche l’impossibilità – di Mathieu, ma anche di Maya – di vivere il rapporto amoroso con una passionalità che non sia allo stesso marcia di autodistruzione. Detto questo, stavolta non tutto sembra funzionare in questo racconto pessimista sui rapporti sentimentali. Intendiamoci, Kahn continua a essere autore importante e mai scontato. Un cineasta che attraverso il quasi trasparente classicismo della forma, crede nei segni di un scrittura psicologica quasi chabroliana (ma qui ci sono anche molti elementi che rimandano all’ultimo, bellissimo, Persecution di Chereau): c’è però in Les Regrets una stanchezza, una fatica nel racconto e nella sottolineatura dettata forse da un’eccessiva enfasi illustrativa – non certo aiutata dalla partitura musicale di Philip Glass, raffinata ma sempre più assertiva e “di maniera”. I rimpianti maggiori sono allora quelli riguardanti tutto ciò che sta dietro la storia principale e che Kahn si limita ad abbozzare, lasciandoci l’appetitoso ma frustrante assaggio di un universo filmico che sappiamo poter essere ben più acuto e perturbante. Le cose migliori di Les regrets sono infatti le “parentesi”: tutta la prima parte con Mathieu al capezzale della madre, i momenti di crisi tra lui e la moglie, la scena del litigio con il fratello; deviazioni dal percorso principale che arricchiscono il film di Kahn di sottotrame e reticoli che lasciano intravedere un mondo altrettanto cupo ma meno chiuso nella struttura claustrofobica, certamente intenzionale, che condanna i due (poco convinti) protagonisti.
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