"Cappuccetto rosso sangue", di Catherine Hardwicke
Per una luna nuova persa la brava Catherine Hardwicke trova una luna di sangue, avendo così modo di firmare il suo ideale seguito di Twilight e di riappropriarsi di uno stile visivo sottrattole dalla saga di Bella e Edward. Ma nonostante le sue impennate visive e una sensuale Amanda Seyfried il film è vittima di un plot debole, a metà tra romance e whodunit, con un occhio rivolto a Twilight e l'altro a In compagnia dei lupi di Jordan, rispetto al quale mostra ancor più i propri limiti di scrittura
Dal crepuscolo alle tenebre. Per una luna nuova che le è stata sottratta Catherine Hardwicke guadagna una luna di sangue, trovando così modo di firmare il suo ideale seguito di Twilight, con uno slittamento – proprio come in New Moon – dal mito del vampiro a quello di un altro archetipo horror, il licantropo. Il Cappuccetto rosso (sangue) della Hardwicke volge spesso lo sguardo in direzione dell’universo di Stephanie Meyer trasposto in immagini dalla regista con un look ampiamente sfruttato dai suoi successori. Con gli avvolgenti dolly aerei sul paesaggio, gli zoom che accarezzano corpi e volti dei protagonisti – movimenti di macchina alla base dell’estetica twilightiana – la Hardwicke sembra volersi riappropriare del suo stile e di un immaginario anche criticabile per l’eccesso di romanticismo new age ma certo immediatamente identificabile.
La regista applica il suo marchio di fabbrica al mutato contesto fantastico, tentando di dar luce a una vicenda in realtà piuttosto debole, che trasforma le radici orrorifiche della fiaba in un precario ibrido tra romance e whodunit, con un plot impegnato a rispondere alla domanda “Chi è il lupo?”, sacrificando i personaggi, incluso il Padre Solomon di Gary Oldman (che lo spazio se lo prende egualmente anche a costo di risultare, deliziosamente, sopra le righe).
La Hardwicke ingaggia una personale battaglia contro lo script, all’interno della quale il romanzo di formazione della protagonista viene delegato alla regia, attenta a fornire gli indizi della maturata coscienza di sé e dello sbocciare di Valerie, che ha il corpo voluttuoso e il volto etereo di Amanda Seyfried, mentre la sceneggiatura incorre in maldestre imitazioni del triangolo di Twilight, riproposto qui nell’alternativa tra l’ombroso fabbro e il seducente (?) taglialegna.
Non a caso le sequenze più affascinanti del film sono quelle in cui la trama si congela e i dialoghi sono messi a tacere per lasciare spazio al talento visivo della Hardwicke, che dà il suo meglio nelle scene clou della festa nel villaggio dopo l’uccisione del presunto lupo, sorta di rave medievale dal sapore luhrmaniano, e quella dagli accesi contrasti cromatici del confronto sulla neve tra la protagonista dal cappuccio rosso e il suo innamorato.
Ma nonostante le impennate visive impresse dalla Hardwicke al racconto, Cappuccetto rosso sangue appare un film povero d’idee che tenta di sopravvivere rubando ora a Twilight ora al Neil Jordan di In compagnia dei lupi. Il film dell’84 è forse un modello ancora più incisivo – e inarrivabile – di quello offerto da Bella & co, studiato bene – ma non abbastanza – dalla regista e dai suoi collaboratori: dall’ambientazione atemporale, in un immaginario medioevo fiabesco, alle metafore sessuali del bosco intricato e dell’incontro con il lupo, fino alla morale sulla fascinazione del male (propria anche della saga della Meyer), Cappuccetto rosso sangue segue pedissequamente le evoluzioni del modello fiabesco apportate dalle versioni cinematografiche. Ma si perde proprio laddove Jordan risultava più abile: restituire l’incanto dell’oralità, dell'arte del racconto, con una libertà e una ambiguità di senso che l’asfittica scrittura di David Leslie Johnson, per quanto ci provi ricalcando alcuni passaggi narrativi, proprio non riesce ad avere.
Titolo originale: Red Riding Hood
Regia: Catherine Hardwicke
Interpreti: Amanda Seyfried, Julie Christie, Gary Oldman, Billy Burke, Max Irons, Virginia Madsen
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 99'
Origine: Usa, 2011
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