"Benvenuti al Nord", di Luca Miniero
Se da un lato è giusto riconoscere tutti gli aspetti positivi di questa operazione (sequel, remake, alti incassi: parole di solito appannaggio di altre cinematografie, che fanno intravedere una "struttura"), dall’altro non si può non percepirla come un gioco sullo stereotipo troppo debitore di un immaginario italiano che non c’è più, uno stereotipo messo in potenza che perde fatalmente il referente e manca il bersaglio di una riflessione. Che è stato superato dal “nostro” tempo, in “questa” Italia…
E stavolta tocca al Nord. Due anni dopo Benvenuti al Sud (fortunatissimo remake italiano di Bienvenue chez les Ch'tis, capace di un box office che ha sfiorato i 30 milioni di euro) era pressoché scontato che si mettesse in cantiere un sequel. Ed era pressoché scontata anche la struttura: si capovolge il senso di marcia da Sud a Nord, si capovolgono stereotipi e tradizioni da prendere in giro. Ora, infatti, è il timido Mattia di Alessandro Siani ad assurgere a ruolo di “migrante”, costretto ad allontanarsi dall'amata Castellabate e dal suo matrimonio in crisi con Maria (Valentina Lodovini), per andare a lavorare addirittura a Milano. Nella metropoli del Nord per eccellenza, dove ad attenderlo ci sarà il vecchio amico Alberto (Claudio Bisio) che lo instraderà nell’ipertecnologico ufficio postale dove è stato assegnato. Il tentativo è chiaramente quello di immergere questa storia nel nostro presente: diventa un incubo per qualsiasi coppia pronunciare la parola mutuo e il manager di riferimento che apporta “rivoluzionarie” tecniche organizzative è il Palmisan di Paolo Rossi abbigliato e “atteggiato” alla Marchionne. A questo va aggiunto un frullato di richiami alla nostra tradizione comica: dallo sbarco a Milano di Totò e Peppino (riprodotto fedelmente), alla titubanza cronica di Massimo Troisi (la recitazione di Siani è altamente debitrice del grande comico), sino ad arrivare ai distinguo linguistici Nord/Sud sull’uso dell’articolo determinativo di stampo chiaramente morettiano (il celeberrimo “Silvia, non LA Silvia!” di Ecce Bombo). E fin qui va tutto bene, il prodotto è ben confezionato e in fondo aspira solo a far divertire…ma ripensandoci è proprio in questo scarto che sorgono dei dubbi. Perché in Benvenuti al Nord lo stereotipo non è più motivo di interfaccia ludica e perenne con la società italiana di oggi (a mancare è lo sfondo...) diventando costantemente un gioco al ribasso, uno stereotipo messo in potenza che perde fatalmente il referente e manca il bersaglio di una riflessione. E sia chiaro, questo potrebbe anche non essere un male, ma allora si dovrebbe tentare di compensare l’evidente gap in due modi: o privilegiando il lato umano/emotivo dei personaggi (come faceva straordinariamente Massimo Troisi e come tutto sommato era riuscito a Miniero in Benvenuti al Sud); oppure puntare tutto sull’estremizzazione di caratteri tradizionali revisionati (come in parte riesce a fare oggi Luca Lucini). Mancando qui entrambe le cose, purtroppo, si perde quella purezza sottilmente sentimentale del primo episodio e ci si appiattisce su derive grottesche francamente discutibili (l’enorme caffettiera che si porta in spalla Giacomo Rizzo). Quindi se da un lato è giusto riconoscere tutti gli aspetti positivi dell'operazione – sequel, remake, alti incassi: sono parole di solito appannaggio di altre cinematografie, che fanno intravedere una "struttura" – dall’altro non si può non percepire il film come troppo debitore di un immaginario italiano che non c’è più. Che è stato fatalmente sostituito dal nostro tempo. E l’immaginario di un soggetto che non c’è più è di per sé un vicolo cieco.
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