“A.C.A.B. (All Cops Are Bastards)”, di Stefano Sollima
Una superficie cool abbagliante. E il risultato è un film che ha, scena dopo scena, la pretesa di stamparsi nella memoria. Ma proprio quel metodico e stucchevole montaggio alternato iniziale la dice lunga sul fatto che Sollima, in fondo, non sa bene da che parte guardare. A.C.A.B. resta invischiato nello stesso apparato retorico in cui vivono i suoi personaggi. Nessun tentativo di scardinarlo, aprirlo, comprenderlo, d’insinuarsi nei vuoti e nei sottotesti di un linguaggio che si regge su luoghi comuni, frasi fatte, rancori ciechi e senz’obiettivo
Nella notte di Roma riecheggia una voce. Celerino figlio di puttana. Un canto sommesso, che sale sempre più forte, rimbomba per le strade vuote e diventa un grido, che segue il ritmo delle inquadrature, primo piano con sguardo e sorriso in macchina e poi campo lungo. E’ Pierfrancesco Favino, alias Cobra, che sfreccia sulla sua moto. Finché un auto non lo prende in pieno. Ecco che, in un metodico montaggio alternato, facciamo conoscenza degli altri agenti del reparto mobile. C’è Marco Giallini, il veterano Mazinga, che recupera suo figlio fermato dalla polizia e affronta, come un ispettore Callaghan di borgata, le zecche venute a fargli la festa, al grido “A fascio de merda!”. E lui: “Che v’a sentite tanto calla? Fateve sotto”. E, poi, c’è Filippo Nigro, il Negro, che sta per mettere le mani su uno spacciatore di colore (un caso?), ma deve badare alla figlia. Quando, dopo la girandola, Cobra riesce a mettere le mani sull’ubriaco che l’ha investito, “ma quanto cazzo hai bevuto?”, boom, ecco che parte il pugno. E sul fermo immagine, puntuale attacca Seven Nation Army dei White Stripes.
Basterebbero questi primi minuti a raccontare, nel bene e nel male, l’essenza di A.C.A.B.. Stefano Sollima, per il suo esordio, sceglie di restare nei territori di Romanzo criminale, la serie TV che ne ha fatto la fortuna. Adatta il romanzo verità di Carlo Bonini e lo piega alle esigenze spettacolari del genere. E tutto sembra funzionare. Piena padronanza del mezzo, un’innegabile abilità nel reggere i fili del racconto su una tensione costante e nel dettare i ritmi dell’azione, la resa estetizzante della violenza, la capacità di lavorare sui luoghi della città, l’utilizzo accattivante (fin troppo) delle musiche, da New Dawn Fades dei Joy Division a Where Is My Mind dei Pixies. Una superficie cool abbagliante, pur nel suo indubbio fascino popolare, nonostante o forse proprio grazie alla fotografia desaturata di Paolo Carnera. E il risultato è un film che ha, scena dopo scena, la pretesa di stamparsi nella memoria. Ma proprio quel metodico e stucchevole montaggio alternato iniziale la dice lunga sul fatto che Sollima, in fondo, non sa bene da che parte guardare. Prova a viaggiare nell’immaginario di genere, partendo da Rambo, rievocando le mille reclute del cinema americano e i poliziotti sporchi e razzisti de I ragazzi del coro di Aldrich, per poi ripiegare verso la denuncia di Serpico e finire nell’inevitabilità della resa dei conti de Il mucchio selvaggio. Ma, d’altro canto, con i suoi continui riferimenti alla cronaca recente, sembra voler star dentro la densità del presente, nei luoghi dello scontro sociale, per raccontarne le contraddizioni e i lati oscuri. Non che le due cose non possano andare d’accordo. Ma l’attualità rimane sempre un fugace accenno. Al punto che ogni sottinteso ai fatti della scuola Diaz di Genova appare un’insopportabile strizzata d’occhio.
A.C.A.B. resta invischiato nello stesso apparato retorico in cui vivono i suoi personaggi. Nessun tentativo di scardinarlo, aprirlo, comprenderlo, d’insinuarsi nei vuoti e nei sottotesti di un linguaggio che si regge su luoghi comuni, frasi fatte, rancori ciechi e senz’obiettivo. Hai mai pensato di mollare? Per dargliela vinta? Ma a chi? E perché mai uno sbirro fascistoide dovrebbe cantare Police On My Back dei Clash? Non bastano tre sceneggiatori (Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti) a dare una direzione, uno spessore, un vissuto, delle motivazioni. Nonostante tutti gli sforzi di un cast eccellente, a cominciare da un Favino imponente, animalesco, seppur non ancora del tutto consapevole di essere un puro corpo devastante, una macchina da guerra. Sconta la condanna di certo cinema italiano. Altrove la violenza sarebbe arrivata alle sue estreme conseguenze, morali e politiche. Sollima resta nel guado, imprigionato nella tensione implosiva dei suoi maledetti poliziotti, fottuti dal sistema e odiati dalla gente. Innesca la miccia della forma, ma non fa esplodere il cinema. La superficie scintilla. La materia resta indistinta, spenta in uno sguardo opaco.
Regia: Stefano Sollima
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti, Roberta Spagnuolo, Domenico Diele, Eugenio Mastrandrea, Eradis Josende Roberto
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 112'
Origine: Italia, 2011
-
Il film, che aspettavo con ansia poichè mi interessa molto l'argomento, è un film inutile. Retorico, non dice nulla di nuovo di quel che si sa o si intuisce. Nonostante l'aiuto tecnico dato al film, quando manca la sostanza non ti puoi inventare niente. Un film con il mal di mare, non si capisce perchè la macchina da presa è sempre in movimento non so a quale linguaggio si riferisce il regista. Scelta degli attori sbagliata, favino ormai fa tutto dal generale, al celerino, possibile che il cinema italiano non offre altro? prendeteli all'estero allora. Insomma un vero film inutile, o meglio, una puntata in più di romanzo criminale per un regista molto lontano dal cinema.
Dispiace vedere queste cose brutte e superficiali.
Inviato da mario devitis il 29/01/2012 -
ognuno ha la sua opinione ma a me questo fim è piaciuto parecchio. non è a favore della polizia e non è a favore degli anarchici mette in risalto vari aspetti dei polizziotti ed è stupendo il fatto che ti rimane cosi devi scegliere tu chi ha ragione e chi no secondo il proprio parere mi piace molto il fatto che lasci all'opinione personale qualunque risvolto uno voglia dare alle azioni di tutti i personaggi. veramente ottimo
Inviato da francesco il 29/01/2012 -
"Sollima resta nel guado, imprigionato nella tensione implosiva dei suoi maledetti poliziotti, fottuti dal sistema e odiati dalla gente. Innesca la miccia della forma, ma non fa esplodere il cinema. La superficie scintilla. La materia resta indistinta, spenta in uno sguardo opaco." What else? Kiss to Aldo Spiniello!
Inviato da Georgle Clooney's Girl il 28/01/2012
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