SAN SEBASTIAN 56 - "Aruitemo, Aruitemo", di Hirokazu Kore-eda (Concorso)

Con una magnifica delicatezza Kore-eda racconta la re-unione dei membri della famiglia Yokoyama, intrappolati nel rimpianto delle loro incomprensioni, nell’incapacità di condividere le proprie paure e nell’impossibilità dei loro desideri, continuando a camminare, come recita il titolo del film, attraverso un’esistenza fatta di attimi e di occasioni perdute

still walkingDopo l’esplorazione della distanza che separa la realtà del vissuto dalla verità della sua rielaborazione emotiva di After Life e dopo lo sfasamento tra il ruolo recitato per adempiere al proprio dovere e le intime pulsioni del protagonista di Hana, Kore-eda torna per la terza volta in concorso al festival di San Sebastian con un’opera straordinariamente intensa che, nella sua delicata e rigorosa naturalezza, si muove attraverso il sussurro quotidiano degli esseri umani, attraverso i riflessi - «nei quali», usando le parole dello stesso Kore-eda, «è possibile scorgere l’essenza della vita» - dei momenti drammatici, lasciati sempre respirare fuori dallo schermo, che segnano l’esistenza e ne sconvolgono lo scorrere. Aruitemo, Aruitemo è l’intimo ritratto, immerso nella luminosità placida e dimessa dell’estate, della re-unione dei membri della famiglia Yokoyama, che vivono per un giorno in una falsa vicinanza, intrappolati nel rimpianto delle loro incomprensioni, nell’incapacità di condividere le proprie paure e nell’impossibilità dei loro desideri, continuando a camminare, come recita il titolo del film, attraverso un’esistenza fatta di attimi e di occasioni perdute. Genitori e figli, con le loro rispettive famiglie, si ritrovano annualmente nella casa paterna per la commemorazione della morte del figlio/fratello maggiore e trascorrono la giornata - in un ritardo irrecuperabile, nella falsa coesione, sempre più distratta e lontana, che si respira nella calma spensierata del mormorio familiare che occupa tutto il film - attraverso la meticolosa preparazione del cibo, attraverso gli stanchi resoconti delle proprie vite e la rievocazione nostalgica e allo stesso tempo briosa del passato. Nulla scompone l’apparente tranquillità e la delicata leggerezza nelle quali si consuma questo incontro impossibile, questo ritorno negato, e in cui si muovono i personaggi di Aruitemo, Aruitemo, figure che portano le tracce indelebili di quella morte così lontana e che brucia ancora sulla pelle non tanto per il dolore della perdita, calmato dall’avanzare del tempo, quanto per le deviazioni impreviste che essa ha imposto alle esistenze dei membri della famiglia Yokoyama. Con una incredibile delicatezza Kore-eda riesce a scendere in profondità e a dar corpo all'isolamento in cui si muove l'anziano padre, che continua a sottrarsi  e a nascondere le sue dolorose frustrazioni in una stanca distanza, scalfita solo per un magnifico attimo dall’intrusione inaspettata di quel bimbo estraneo alla famiglia, figlio della donna “usata” che è divenuta sua nuora. Aruitemo, Aruitemo insegue dolcemente le emozioni che increspano la superficie della vita e sotto la quale pulsa l'orgogliosa e tenera vitalità della madre, comprensiva e allo stesso tempo incapace di accettare fino in fondo i suoi figli e le loro scelte. Kore-eda lascia intravedere le frustrazioni dolorose e il silenzioso rimpianto delle occasioni per sempre perdute di Ryota (il figlio "rifiutato" che non ha saputo e non ha voluto prendere il posto del fratello scomparso), che scruta l’appassire della sua casa e dei suoi genitori, sapendo che ormai è troppo tardi e continua ad avanzare senza aver più la forza e il desiderio di voltarsi e di cercare calore oltre la freddezza sfuggente di suo padre e la cinica allegria di sua madre. 

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