XII FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO - “Misterios de Lisboa”, di Raul Ruiz
Fluviale racconto pensato per la televisione ma potente come il miglior cinema, con cui il maestro cileno riflette sui meccanismi della narrazione, moltiplicando luoghi e identità, restando lontano eppure vicino ai suoi personaggi, emblemi di una continua e difficile ricerca di una felicità sempre destinata a restare provvisoria
Trasportati dal flusso incessante degli eventi e delle immagini, quasi non avvertiamo il peso delle circa quattro ore e mezzo di durata necessarie a questo nuovo capolavoro di Raul Ruiz per raccontare la sua sostanza. Versione “breve”, va precisata, rispetto al montaggio definitivo di sei ore destinato ai passaggi televisivi. La differenza non è cosa di poco conto, considerando il preciso ragionamento sul tempo che Misterios de Lisboa compie in ogni suo passaggio: tempo inteso non soltanto come quello attraverso cui si dipana la vita del giovane protagonista Pedro Da Silva, cresciuto in un orfanotrofio da un prete che è anche l'unico a conoscere il suo passato, e che dovrà far fronte ai segreti dei familiari e delle persone che la vita gli porrà di fronte. Il tempo è anche quello di un passato che diventa presente (la vicenda si ambienta nel XIX secolo) e, soprattutto, quello della narrazione, che indugia sulle parole, sulle azioni, sugli ambienti, creando una particolare forma visiva che è allo stesso tempo estrinsecazione dei malesseri interiori e astrazione delle forme in un linguaggio perciò vicino e al contempo lontano dai personaggi.
Si è parlato di approccio distaccato, chiamando in causa anche il Barry Lyndon kubrickiano, ma è un paragone che si esaurisce soprattutto nella meticolosità della ricostruzione, perché qui l'intento metanarrativo è più evidente. Ruiz infatti riflette sulla forma-racconto come messinscena di un insieme di elementi che definiscono la semplicità come elemento complesso. La facile storia di un orfano (matrice di tanti feulleiton) diventa così un affresco irresistibile sul destino che unisce e divide creando di fatto la drammaturgia. Non è un caso se gli inserti rimandano spesso a quel teatro di marionette
che il protagonista custodisce gelosamente come lascito dell'amata madre e che è chiamato in causa in quanto paradigma di una storia che è messinscena continua di un dramma preordinato da un demiurgo altro (la fonte è un romanzo di Camilo Castel Branco). Ecco quindi che le affascinanti carrellate definiscono lo spazio, marcano la distanza dai personaggi, ma allo stesso tempo è come se li abbracciassero, condividendo sottilmente il loro dolore, sottolineato dalle magistrali partiture dello score di Jorge Arriagada. Perché questa è sì una storia di intrighi, misteri svelati e coincidenze che portano personaggi apparentemente lontani a condividere il medesimo destino, a incontrarsi e scontrarsi grazie alle impervie strategie del Caos e del Caso, ma è anche una vicenda di amori e sentimenti di volta in volta cercati e negati, di felicità e dolori in perenne inseguimento.
Di concerto con l'attenta sceneggiatura di Carlos Saboga, il maestro cileno orchestra dunque una sinfonia di situazioni che si dipartono dalla traccia principale, intrecciando flashback dove i vari personaggi raccontano la loro storia e svelano i rispettivi segreti. Si crea in questo modo una struttura a vasi comunicanti dove un'unica storia è paradigma di molte altre, le genera e ne è a sua volta influenzata, in una inesauribile proliferazione di nuove possibilità. L'espediente amplifica dunque la sensazione di un lavoro sulla forma del racconto e genera, oltre a una continua variazione ritmica, una perenne e sapiente capacità di valorizzare un espediente tipico del racconto seriale (narrativo e cinematografico), quello della rivelazione: il film mantiene sino all'ultimo la sua freschezza, oltre che per la straordinaria forza visiva impressa dalla regia, anche perché riesce a rigenerarsi continuamente attraverso le inedite prospettive fornite dalle rivelazioni dosate con estrema cura. E la moltiplicazione dei luoghi e delle identità (alcuni personaggi chiave cambiano nome e a volte aspetto) si allinea a questa volontà di continua scomposizione e ricomposizione, compiuta non per mero esibizionismo teorico, ma per chiarire la natura estremamente inafferrabile della vita e della felicità, dove ogni storia resta come emblema di una condizione di perenne vagare fra stati d'animo sempre provvisori.
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