"Assassini dei giorni di festa", di Damiano Damiani

Se un tempo Damiani era portabandiera di alcuni filoni del cinema italiano segnando una determinata epoca, a settant'anni suonati è riuscito, forse suo malgrado, a realizzare un'opera che curiosamente sfugge ai dettami della definibilità temporale tanto che persino l'ambientazione negli anni '50 può considerarsi una vaga dicitura.

La contaminazione ha rappresentato una sorta di Eldorado nel cinema di Damiani, dai primi gialli (post)zavattiniani fino al folle ma curioso innesto iconico di Alberto Tomba ovvero Alex l'ariete. Caparbio se non ambizioso nell'amalgamare in un'unica materia generi diversi, mai ha perso la fiducia nell'impegno popolare, cui poteva condurre la forza automatica di meccanismi della convenzione entro i quali inserire attori e dinamiche autosufficienti al film. Con Assassini dei giorni di festa l'omogeneità di uno stile apparentemente secco, caustico e carsico vive qui una fase emulsionante. I corpi che sembrano essere stati stimolati su più registri, comico/macabro, melo/drammatico, forse troppi, restano clamorosamente estranei al campo visivo-fenomenologico, che pure viene ripreso col solito impeccabile mestiere. Potrebbe essere metacinema straniato come il gruppo di teatranti che recita falsi "cori" funebri a fini frodanti. Potrebbe essere sconcerto speculare, alla M. Butterfly, di un'identità sessuale eternamente spiazzante e travestita. Potrebbe essere continuazione superstiziosa del funerale del capocomico dove gli attori, dopo aver annunciato festanti l'idea di una sopravvivenza teatrale nella truffa, attraversano da non-vivi (l'organismo più forte sembra infatti essere il cadavere imbalsamato della moglie del defunto) l'avventura testamentaria in una casa da incubo nero, come la trasformazione di Lucrezio nell'ereditiera Esmée (che si rivelerà non-suicida). Le atmosfere argentine restano una traccia esile come il filo di questa allucinazione mancata dove la componente umana gioca un ruolo da accessorio confuso. Tutto ciò che vi si può riferire, voci, sguardi, movimenti, è inutile ai fini della significanza e crea imbarazzo. Perfino Carmen Maura non è riuscita a sottrarsi a questa trappola funzionalista. Se con western postsessantottini e gialli politici Damiani era portabandiera di alcuni filoni del cinema italiano segnando una determinata epoca, a settant'anni suonati è riuscito, forse suo malgrado, a realizzare un'opera che curiosamente sfugge ai dettami della definibilità temporale tanto che persino l'ambientazione negli anni '50 può considerarsi una vaga dicitura.          

 

Regia: Damiano Damiani
Sceneggiatura: Gianpaolo Serra, Giovanni Ammendola dal racconto di Marco Denevi
Fotografia: Sandro Grossi
Montaggio: Enzo Meniconi
Musiche: Beppe D'Onghia
Scenografia: Amedeo Mellone
Costumi: Walter Azzini
Interpreti: Carmen Maura (Illuminata), Riccardo Reim (Patrizio), Domenico Fortunato (Onorato Fortunato), Leonardo Ferrantini, Sara D'Amario (Lucrezio/Esmée), Gianmarco Giovi (Ancarsis), Agnese Nano
Produzione: Zeal/Fortuna Films
Distribuzione: Minerva Pictures
Durata: 98'
Origine: Italia, 2002

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