Addavenì l’Ottobre – La corazzata Potemkin di Sergej Ėjzenštejn torna al cinema

Giugno, 1905. A largo di Odessa la corazzata Potemkin, l’ultimo gioiello pluricalibro della flotta russa sta per prendere parte a delle esercitazioni navali. Mentre i marinai stanno preparando le ingombranti manovre, l’aria russa è ancora carica dell’odore del sangue di gennaio (la repressione di San Pietroburgo) e della polvere da sparo dello stretto di Corea (la disfatta della battaglia di Tsushima, con le navi zariste affondate dai giapponesi). Come ogni grande regno ad un passo dall’implosione, però, l’impero dello Zar (miope o sciocco) ignora ostinatamente il mondo che lo circonda e continua a crogiolarsi nella propria effimera autorità, in uno sfoggio onanistico di potere vuoto, in una pretesa di disciplina che sfocia nell’oppressione. E’ in questo delirio di onnipotenza che si muovono quegli ufficiali che, incuranti delle rimostranze sacrosante, costringono i propri uomini a mangiare carne avariata. Spesso è proprio il più stupido degli ordini a generare gli eventi più straordinari e così, l’imposizione di un pasto marcio diventa la scintilla che trasforma l’odio esasperato in ribellione, poi in libertà. Dalla Potemkin fino alle strade di Odessa, al capezzale del marinaio Vakulenčuk, eroe improvvisato di questa piccola battaglia, la lotta si espande. Neanche la furia dei cosacchi dello Zar, che lascia a terra centinaia di morti, potrà frenare la Storia. La richiesta di un piatto di minestra è diventata la Rivoluzione. Lo Zar è già morto.

La corazzata Potemkin 2Preso in un progetto celebrativo che stava andando troppo per le lunghe, Ėjzenštejn, inebriato dall’ispirazione, trasforma un breve episodio in un’opera a se stante, consegnandoci un film che, in quasi un secolo di vita, ha attraversato tutti i giudizi e le stroncature per arrivare incolume al 2017. Restaurato dalla Cineteca di Bologna, La corazzata Potemkin, dopo anche il successo incredibile della proiezione cittadina della scorsa estate, torna al cinema per continuare la propria battaglia. Marchiato dal (frainteso) grido fantozziano che l’ha reso “una cagata pazzesca” (meritorio da questo punto di vista il coraggioso debunking dei Wu Ming e della stessa Cineteca) e dalle centinaia di scontanti programmi universitari che l’hanno trasformato in inamovibile “libro di testo”, il film, in occasione di questa nuova rinascita, merita, oltre che un’altra visione, anche un altro approccio. La corazzata Potemkin, infatti, va liberato dai tanti sostantivi e aggettivi che gli si sono attaccati addosso (“capolavoro”, “rottura”, “storia del Cinema”, “boiata noiosa”) lasciandolo finalmente nudo, puro.

Il film di Ėjzenštejn, a (ri)vederlo oggi non trasmette né noia né esaltazione accademica. Allo spettatore arriva solo Umanità, Passione. Quando si studia la Storia, specie controvoglia, si perdono le sfumature degli eventi che si stanno affrontando e tutto, dai morti di Caporetto ai ragazzi delle battaglie risorgimentali,  diventano solo numeri e parole rimaste su carta, dati da ricordare a memoria per sfangare un esame o un’interrogazione. La corazzata Potemkin, non invecchiando di un solo istante, ha la forza di distruggere questo meccanismo, ricordandoci di quanto Vakulenčuk , i suoi compagni e gli abitanti di Odessa, prima di essere dettagli di un’opera d’arte o sbiadite immagini in bianco e nero, sono uomini e donne che agiscono, soffrono e gioiscono, sono medium di pura emozione.Potemkin 3 Il “furbo” gioco di Ėjzenštejn, la fiction che si finge cronaca storica e il documentario che si eleva a narrazione epica, ci consegna il concreto.  La rabbia dei marinai di fronte un’ingiustizia inconcepibile, il dolore e la paura di Odessa, il sollievo di chi scopre di non avere di fronte nemici ma fratelli, però, non sono solo elementi tangibili ma sono manifestazioni terribilmente vicine. Spogliato da ogni pregiudizio o critica aulica, messe tra parentesi l’ideologia e il comunismo, del film di Ėjzenštejn rimane solo una lezione semplice, la definizione chiara della vera battaglia da affrontare. Ritrovandoci, ancora una volta, dalla parte di Vakulenčuk sappiamo bene che il conflitto non è lotta di classe ma lo scontro tra le bestie dello zar e il popolo, l’indifferenza e la cieca ottusità contro la solidarietà e la sympatheia. Perché, davvero, oggi come ieri, le grida sulla corazzata Potemkin siano l’epilogo di un vero Ottobre di fratellanza.