Aspettando IT: Stephen King e l’espansione infinita del “Kingverse”

Parlando di Trump, incubi e pagliacci demoniaci, questo 19 ottobre arriva nelle sale italiane il remake di It - diretto da Andrés Muschietti - circondato dalle solite aspettative che si svegliano appena appare il nome di Stephen King.
Se Trump è diventato il cattivo definitivo del 2017, King potrebbe esserne proprio la nemesi; il lato bianco della forza, la buona strega del Nord, l’altra faccia della moneta nella dimensione mediale, quello che, anche se ci ha rifornito d’immagini demoniache, fantasie dell’orrore, creature inquietanti e incubi per gli ultimi quarant’anni, accanto all’attuale presidente degli Stati Uniti diviene la viva immagine della favola, la bontà e la lucidità. Come se fosse ancora possibile, l’autore statunitense diventa ogni volta più multidimensionale, sviluppando il dono dell’ubiquità mediatica quasi al livello del nostro Donald ma con tutti i like a suo favore.

Il così detto Kingverse si espande a cento megabytes per secondo, moltiplicandosi in formati, contenuti e dimensioni. “Voglio rappresentare una città americana completamente infestata”, dice King in questa intervista, a proposito di It; e in un certo senso la sua città immaginaria, la sua Castle Rock, è diventata un territorio infinito e infestato che raggiunge ogni angolo – reale e virtuale – del pianeta.

La nuova versione del mitico clown demoniaco si aggiunge all’elenco di prodotti di fiction – in onda o in fase de produzione – usciti dalla mente di King che, soltanto quest’anno, girano tra gli schermi e l’incoscio collettivo degli affamati spettatori: tra queste, La torre nera di quest’estate, le serie TV The Mist e Mr. Mercedes, la versione Netflix di Il Gioco di Gerald, un remake della miniserie L’ombra dello Scorpione – annunciata dalla Warner Bros –, l’adattamento di Sleeping Beauties, libro inedito di King co-scritto con il figlio Owen e la proiezione speciale in Italia di Shining questo prossimo Halloween (dal 31 ottobre al 2 novembre nelle nostre sale), preceduto dal cortometraggio Work and play, a quarant’anni dalla pubblicazione del romanzo.

Ma la conquista di King, in costante movimento, arriva oltre i confini del suo territorio. Se c’è qualcuno cheha beneficiato del successo di Stranger Things e dell’infinito revival dell’immaginario cinematografico degli anni Ottanta è il proprio “Re del brivido”. “Guardare Stranger Things è come guardare il Greatest Hits di Stephen King. Intendo in senso buono”, scrisse lo stesso King sul suo Twitter, dopo il debutto della serie di Netflix l’anno scorso. Ed è questa consapevolezza e il fatto di renderla pubblica ciò che dà più forza al suo corpo multidimensionale, dove lui si riconosce come cittadino, utente e spettatore, ma allo stesso tempo diventa personaggio, creatura ed eroe.

IT“Donald Trump mi ha bloccato su Twitter. Quindi io adesso lo blocco dal vedere It oppure Mr. Mercedes. Niente pagliacci per te, Donald”. Così, il Re proclama la sua sentenza nel regno di Twitter, dove tra le forze del bene e il male lui sembra di essere in vantaggio.
Ma la battaglia non è ancora finita e probabilmente – come l’espansione del Kingverse - non finirà mai. Come il desiderio di King, la dimensione mediale – oppure la cittadina americana definitiva – è già infestata dallo spirito del clown, dal furore di Cujo, dalla densità della Nebbia, con un immaginario che diventa ogni volta più reale. Allo steso tempo, lui diventa l’eroe che combatte i propri demoni e, perciò, risulta sempre vincitore.

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