BFM35 – Il flusso di idee e la fascinazione del personaggio: Dagur Kári

Ha incontrato una sala gremita di studenti alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano, Dagur Kári, altro interessante e innovativo regista al quale il Bergamo Film Meeting di quest’anno ha dedicato la personale di Europe, Now!, presentando in anteprima italiana il suo ultimo film, Virgin Mountain (2015). Il regista islandese, diventato famoso dopo l’originale esordio con il lungometraggio Nói albínói, del 2003, è intervenuto in un dialogo aperto con gli studenti dopo la proiezione proprio della sua opera prima. “La storia di Nói albínói nasce molto prima che io sapessi che sarei diventato un regista… quel personaggio è stato il mio alter ego da adolescente, era l’incarnazione delle fantasie che non avrei avuto il coraggio di realizzare come il non presentarsi a scuola mandando un registratore al mio posto. dagur-kariIl suo nome ha un bel suono cantilenante, ma non lo immaginavo necessariamente come un albino: volevo che fosse un corvo bianco, una sorta di alieno che non si può non notare nel mezzo di una folla, che emerge sempre per la sua incapacità di adattamento“. La particolarità del personaggio di Nói fa emergere con predominanza uno dei punti cardine nella filmografia del cineasta, ovvero la sua attenzione per i caratteri che compongono e modellano le sue storie: “La chiave è il personaggio, io cerco di sviluppare un personaggio e quando sento di conoscerlo abbastanza bene, vuol dire che riesco a immaginare come reagirebbe in qualsiasi situazione, so perfino quanti soldi ha in tasca… a quel punto vuol dire che si tratta di un personaggio valido tanto da poterci fare più di un film. Le idee non mi vengono mai per le storie, ma per i personaggi, e procedo unendo flash e frammenti che penso via via, e pian piano prendono forma fino a quando non scaturisce una storia da tutto il materiale che ho mentalmente raccolto”.

Non sono solamente i personaggi, ovviamente, a rendere il cinema di Kári suggestivo e particolare. Sono altri due gli elementi che si notano con forte evidenza nel suo cinema, già dall’esordio: l’ambiente, evocativo di tutto un sottotesto metaforico, e il senso del paradossale. Per quanto riguarda i luoghi, incisivi in maniera preponderante già da Nói albínói il regista racconta “Non è stato un calcolo preciso, quello di ritrarre l’Islanda in quel modo. L’intenzione, nel raffigurare questo tipo noi1di Islanda, è che fosse in supporto della storia di un giovane in impasse con la sua vita, ecco perché volevo dare la  sensazione di un luogo alla fine del mondo. L’ambiente è a supporto della vicenda, e non si tratta di un ritratto realistico: volevo ricreare una mia Springfield nel film”. Anche per quanto riguarda il discorso sul paradossale e l’ironia, in questa prima opera c’è già un condensato stilistico che verrà poi riproposto nei film seguenti, da Dark Horse a The Good Heart, “Nói albínói esplora il legame inscindibile tra tragedia e umorismo che è presente nella vita di ciascuno di noi, quando sono separate c’è un senso di falsità. L’umorismo non va mai in vacanza, anche nei momenti più tragici della nostra vita. È quello che ho voluto dimostrare nella parte finale del film, dopo la valanga”. A coadiuvare questo insieme sottile di equilibri, gli elementi fotografici e musicali: se l’immagine, con l’importante attenzione cromatica, serve a “ricreare un universo fotografico, tipico del film a cui sto lavorando, che sia vicino alla realtà ma che poi scarti su un’altra frequenza”, l’approccio minimalista di Dagur Kári alle musiche, e il suo apporto diretto da musicista, si esplicita con soluzioni diverse; nel caso del primo film il cineasta commenta “Volevamo che la musica fosse contraria al senso di isolamento e freddo suggerito dalle immagini, volevamo una musica calda che facesse parte del paesaggio onirico e del sogno di scappare da quel luogo. Quindi nel creare la musica, ci siamo ispirati a quella dei paesi caldi, dalle Hawaii ad altre isole tropicali, per avere una tavolozza musicale molto calda”.

dark horse1Il bisogno, il desiderio di scappare, altro elemento piuttosto ricorrente nella filmografia dell’autore, rispecchia l’idea che “sia un punto fondamentale che ci accomuna tutti. Tutti noi ci chiediamo se la vita non sia qualcos’altro e non possa cambiare in qualche senso”. Rispetto alle domande sul suo metodo lavorativo, il regista nega di avere un modo di operare: “Non ho un sistema, è una questione di flusso di idee, un’idea che prende forma a un certo punto, e se persiste significa che è valida, e a quel punto idea chiama idea. Non ho neanche regole su come sviluppo i personaggi, a volte sono processi per cui ci vogliono anche anni”. Tra le tante curiosità di cui ha discusso nella lunga sessione milanese, Dagur Kári ha anche parlato di ciò che lo ispira, tra autori e serialità televisiva (ribadisce più volte di essere stato grande fan de I Simpson in gioventù): “Sono molti gli autori che mi hanno influenzato e continuano a influenzarmi. Gli autori che mi affascinano sono quelli che riescono a creare dei cocktail di umorismo e tragedia. I miei film, secondo me, si avvicinano più alle sitcom, proprio per la fascinazione che ho io per il personaggio rispetto all’importanza di una storia. A me piace molto stare in compagnia dei miei personaggi, mi ha sempre in qualche modo irritato dover avere un arco di sviluppo di 90 minuti, perché noi nella vita non cambiamo così”.