CANNES 57 – "Oh, uomo" di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

Il film chiude la 'trilogia' della prima guerra mondiale (composta anche da "Prigionieri della guerra" e "Su tutte le vette è pace"), ma, nel proseguire il lavoro di ricerca di Gianikian-Ricci Lucchi sui materiali d'archivio da re-interpretare ri-filmandoli, si pone, oltreché come gesto politico di estrema attualità (ovvero come discorso contro ogni forma di guerra e qui come sguardo sulle conseguenze di ogni conflitto sui corpi delle persone), come un saggio teorico sul senso della visione. Sono immagini dure da sopportare, quelle ri-trovate e date a nuova genesi da Gianikian-Ricci Lucchi. Immagini che, mostrando il corpo umano ferito lacerato mutilato ri-costruito con protesi, riflette (sul)le lacerazioni sparizioni decomposizioni di un altro corpo, quello dell'immagine, del testo originario sul quale intervenire – proprio come un chirurgo – per inciderlo scolpirlo nei suoi anfratti (viene in mente un frammento, senza titolo, in cui le mani dei due artisti toccano quel che resta di una pellicola smangiata dal tempo).


Ecco dunque, all'interno di "Oh, uomo", quella che è già diventata una scena-simbolo, meglio, un'immagine-faro dopo la quale non potremo più guardare il cinema, e non solo, con gli stessi occhi. È l'immagine dell'occhio inciso e strappato al suo corpo per essere sostituito con uno di vetro. Un'immagine (in)sostenibile, come – nella finzione – l'occhio tagliato di "Un chien andalou" di Luis Buñuel, come – nel 'documentario' – le autopsie filmate da Stan Brakhage in "The act of seeing with one's own eyes", come – nella finzione/documentario – i corpi-freaks che popolano il cinema di Werner Herzog.


C'è tutto il cinema e tutto il dolore del mondo in "Oh, uomo". Uomo di carne. Uomo meccanico pre-cyborg. Uomo che cerca, con ostinazione nonostante tutto, di rimettersi in cammino, di guardarsi/osservarsi corpo(e)maschera, di non chiudere gli occhi.