Cargo, di Ben Howling e Yolanda Ramke

Nel 2013 la coppia australiana Howling/Ramke si era fatta conoscere nel circuito festivaliero con un primo cortometraggio, Cargo, ambientato nel bel mezzo di un’apocalisse zombie, dove un padre rimasto ferito e in prossimità della trasformazione, avrebbe tentato l’impossibile per mettere in salvo la figlioletta neonata. In questo primo lavoro insieme, divenuto presto video virale sul canale YouTube, la coppia di registi aveva già dimostrato spiccata sensibilità e un’ottima capacità di sintesi narrativa e soluzioni visive. A cinque anni da quel breve e intenso esperimento, i registi decidono di tornare su quel soggetto vincente – scritto dalla stessa Ramke, che nel corto figurava anche tra gli interpreti – stendendone le premesse e approfondendo il dramma intimo del protagonista, questa volta interpretato dalla star inglese Martin Freeman.

Cargo – il lungometraggio distribuito da Netflix a partire dallo scorso maggio – dovrebbe appartenere al genere noto come “zombie-movie post-apocalittico”: eppure, di mostri affamati che vagano per le strade desolate a propagare il contagio o, nella fattispecie, per le terre selvagge dell’Australia rurale dove riposano insolitamente con la testa sotto terra, se ne vedono davvero pochi rispetto al canone. I protagonisti Andy (Martin Freeman) e Kye (Susie Porter) vivono con la piccola Rosie su un’accogliente casa galleggiante; conducono una routine che all’apparenza sembrerebbe quella di una qualsiasi coppia sposata ma con qualche ristrettezza economica da sopportare. Quando questa illusoria quiete domestica viene bruscamente interrotta dall’aggressione – ma di chi o cosa? – ai danni della moglie, il “kit di contenimento” con le istruzioni per gestire le ultime 48 ore di umanità svela una realtà atipica, ma già prevista da entrambi perché diffusa da tempo imprecisato.
I registi decidono di non dilungarsi nella messa a fuoco di ciò che sia accaduto in quelle terre aride, preferendo ancora una volta il puro in medias res, emancipandosi così dal genere e dalle sue convenzioni più usurate. Il virus c’è, ma adesso quel che conta è raccontarne le ripercussioni più intimamente umane dal punto di vista del singolo: la devastazione interiore che colpisce chi è sopravvissuto, l’impossibile preparazione al momento della dipartita e della drammatica separazione dai figli che rimangono – o, viceversa, dai padri infetti – , come fu per quel viaggio di fuoco e di morte vissuto dalla coppia padre/figlio di The Road (2009).

Proprio come nel film di Hillcoat si era alla ricerca di un contatto che contenesse ancora il germe positivo dell’amore, anche Cargo si muove nella direzione dell’incontro e della necessaria e salvifica alleanza umana: Andy e la ragazzina aborigena Thoomi (Simone Landers) uniti contro il bianco profittatore della catastrofe (Anthony Hayes), contro “le persone che non sono più persone”, siano esse vive realmente o non-morte.
La lezione imparata di recente con Rick Grimes e il gruppo da esso capitanato in The Walking Dead risuona uguale per ogni nuova apocalisse zombie: ai tempi dei vaganti brancolanti nel buio la sopravvivenza passa necessariamente per la (ri)organizzazione sociale, per un ripristino della comunità perduta nella catastrofe – che Howling e Ramke vedono possibile, con ogni evidenza, solo per gli aborigeni – e di una più o meno concreta stabilità – la ricerca di una famiglia per Rosie o la difesa della terra da parte delle tribù – , tutte condizioni minacciate dall’uomo (occidentale) malato in sé più che dai morti viventi, come dimostrato da questo Vic o da Negan e i Salvatori di turno.

Il fuoco di Cargo sta, dunque, nella sua capacità di sbarazzarsi dei mostri e di lasciare indietro l’ansia da trasformazione che grava sul corpo di Freeman, indirizzandosi invece verso la ricerca di un legame umano ancora possibile per i figli, i veggenti di un mondo derelitto, già dilaniato dalle difficoltà di convivenza tra popoli diversi. Non horror di fatti sovrannaturali, allora; al contrario, mostruosità che ci riguardano da vicino: la morte, la malattia, il distacco, l’ansia di ciò che sarà. Tutte faccende troppo umane. Ma una speranza futura permane.

 

Titolo originale: id.
Regia: Ben Howling e Yolanda Ramke
Interpreti: Martin Freeman, Anthony Hayes, Susie Porter, Caren Pistorius, Kris McQuade, Simone Landers
Distribuzione: Netflix
Durata: 105′
Origine: Australia, 2017

 

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