Contro il destino, di Olivier Assayas

Paris s’éveille. Sospesa tra la notte e il giorno, sulle musiche di John Cale e nei colori di Denis Lenoir, negli spostamenti nervosi di un continuo detour, il terzo lungometraggio di Olivier Assayas arriva addosso con tutta la sua furia ossessiva. Nelle maladies d’amour, in uno spaccato post-adolescenziale fatto ancora di sogni e turbamenti. C’è dentro Contro il destino tutto il furore critico del cineasta. Jean-Pierre Lèaud che sembra arrivare dalla Nouvelle Vague filtrato attraverso le interpretazioni dell’attore Kaurismäki, Louise che indossa una parrucca che è quasi un rimando a Louise Brooks. Ma al tempo stesso c’è una continua ricerca dell’inquadratura giusta per catturare l’impulso, l’impeto improvviso, lo slancio, la disperazione. Desordre in qualche modo aveva messo in questo senso in luce i segni di una modernità istintiva, dove la macchina da presa si muove non solo per afferrare il movimento ma anche per intrappolare i pensieri, di anticipare le azioni prima che queste prendano forma. Che saranno anche una delle identità dello sguardo di Assayas anche in gran parte della sua opera successiva, in particolar modo in L’eau froide e Clean.

contro il destino judith godrèche jean-pierre léaudPadre, figlio, amante. Come sono tormentati i rapporti familiari e sentimentali nel cinema del regista. Il diciannovenne Adrien rivede il padre dopo quattro anni. L’uomo ora convive con Louise, una ragazza molto più giovane di lui che sogna di far carriera in tv. Tra lei e Adrien, dopo un’iniziale diffidenza, scatta una reciproca e incontrollabile attrazione.

Contro il destino si porta dietro residui da polar. Nelle fughe, nei dialoghi di Adrien con l’amico mentre gli mostra i soldi, nella fuga del protagonista dagli agenti nella metro. Ma al tempo stesso costruisce la tensione su un accumulo di dialoghi dove prima della parola prevale lo sguardo, come se anticipasse quello che sta dicendo il personaggio. Lo si può vedere nella scena al ristorante tra Louise e il giornalista, lo stesso che l’aveva maltrattata qualche mese prima.

contro il destino thomas langmann judith godrècheÈ impressionante il modo in cui Assayas filma i turbamenti giovanili. E Judith Godrèche rappresenta già uno di quei potenti ritratti femminili del suo cinema. Basta vedere come si specchia con la parrucca, la caduta dalle scale o la sua espressione  distesa sul letto mentre la macchina da presa gli gira intorno. Ogni tanto sembra guardare in macchina. Come nel dialogo con Adrien – dove la prova di Thomas Langmann è giocata essenzialmente sulla sua fisicità – dove tra loro due c’è di mezzo il fuoco. Sono due figure continuamente spiazzate. Quasi decentrate nei loro movimenti, anche nei loro nervosi nomadismi nella città. Come nel fulminante frammento in cui Adrien cammina da solo. Dietro c’è una figura sfocata che poi si scopre essere Louise. Sullo sfondo, si sentono i rumori delle sirene. Quasi presagio di un’altra fuga. Il resto non conta. La vita finisce e ricomincia da lì. Ogni successivo passo, ogni tradimento esibito, non è più mostrato. “Dovevamo fidarsi più l’uno dell’altra. Forse insieme ce l’avremmo fatta” dice Adrien a Louise. Una dichiarazione disperata. Di un amore così forte da essere impossibile. Perché è troppo per essere sostenuto. Come il pianto finale della ragazza. Tutta una vita in un frammento esistenziale materializzato da un cinema che ti arriva contro a velocità impazzita.

Titolo originale: Paris s’éveille

Regia: Olivier Assayas

Interpreti: Jean-Pierre Léaud, Judith Godrèche, Thomas Langmann, Antoine Basler, Martin Lamotte

Durata: 95′

Origine: Francia/Italia 1991

Genere: drammatico

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