Gastone Moschin: un attore per tutte le stagioni

“La comicità è più difficile, perché ha dei tempi ben precisi, ed un’aderenza alla realtà. I sentimenti fanno velo. Quando reciti la commedia questo velo non ce l’hai. Con la tragedia sì, perché è un arte che fa leva sul sentimento. Una volta un mio amico stava recitando Shakespeare, e si accorse che  il pubblico si era distratto. Cambiò completamente il testo e recitò un monologo che non c’entrava nulla, ma con molto pathos. Fu travolto dagli applausi. nessuno si era accorto di niente”. Gastone Moschin

È morto l’ultimo degli “Amici Miei”. E’ morto l’architetto Melandri. I titoli dei giornali tendono sempre a semplificare: Gastone Moschin non era solo l’interprete del capolavoro di Monicelli e Germi, anche se questa opera gli ha regalato la più vasta popolarità. Il grande attore veronese, classe 1929, ha sempre manifestato una versatilità e un trasformismo che lo facevano oscillare tra Francis Ford Coppola e Fernando Di Leo, tra Germi e Vicario, Bertolucci e Martinelli. Con una lunga esperienza di formazione teatrale che lo vede recitare Čechov e Pirandello al Teatro Stabile di Genova e al Piccolo Teatro di Milano, Gastone Moschin debutta nel cinema con La rivale (1955) di Anton Giulio Majano. Dopo le convincenti prove da attore non protagonista in Anni ruggenti (1962) di Luigi Zampa e La visita (1963) di Antonio Pietrangeli, l’occasione per la maggiore visibilità arriva con la commedia di Marco Vicario 7 uomini d’oro (1965), grande successo al botteghino. Ma è Pietro Germi a consacrarne le grandi abilità mimetiche nel capolavoro della commedia all’italiana Signore e signori (1966) che consegna a Moschin il primo Nastro d’Argento come migliore attore (il secondo lo riceverà per Amici miei – Atto III°). L’interpretazione del ragionier Osvaldo Bisigato che perde la testa per la cassiera Milena (Virna Lisi) è tutta giocata sulla comunicazione non verbale, sul “vorrei ma non posso” che caratterizza gran parte degli “uomini senza qualità” di Germi. Lo slancio impetuoso dell’innamorato è subito castrato dalla ipocrita società catto-veneta che vede nella rottura del matrimonio del ragioniere un attacco alla stabilità del sistema. Moschin prima sbraita, reagisce, risponde, poi è costretto a curvare le spalle, a chinare il capo e rientrare nei ranghi con una prova attoriale maestosa.

gastone moscin milano calibro 9Da qui in poi la carriera è tutta in ascesa: dopo le convincenti prove in due film importanti ma sottovalutati come Le stagioni del nostro amore (1966) di Florestano Vancini e L’Harem (1967) di Marco Ferreri, arriva la partecipazione ai film di genere spaziando tra il western, la spy story, la commedia sexy e il noir all’italiana. È davvero stupefacente come l’attore riesca a dividersi tra ruoli più leggeri, dove impersona l’italiano medio un po’ cialtrone e spesso vittima dei propri velleitarismi, e personaggi molto ambigui, a volte cinici e spietati. Per gli amanti del “poliziottesco” la interpretazione di Ugo Piazza in Milano Calibro 9 (1970) di Fernando Di Leo rimane nella storia del cinema: giocata tutta in sottrazione, tra silenzi ed espressioni faciali volutamente enigmatiche, la performance di Moschin regala al film quel mistero e quella insicurezza che agganciano lo spettatore fino agli ultimi fotogrammi. L’urlo di Mario Adorf è davvero il riconoscimento di una prova superba: “ Tu davanti a uno come Ugo Piazza, il cappello ti devi levare!”.

gastone moschin il conformistaOrmai il nome di Moschin è garanzia di professionalità e qualità: Bertolucci lo vuole per interpretare il viscido agente fascista Manganiello ne Il conformista (1970), Mario Camerini lo coinvolge nel progetto Don Camillo e i giovani d’oggi (1972) per sostituire niente meno che Fernandel, Florestano Vancini lo trasforma in Filippo Turati ne Il delitto Matteotti (1973) e Francis Ford Coppola lo chiama per Il Padrino – Parte II° (1974) nella parte del mafioso Don Fanucci che tiranneggia il giovane Vito Corleone (Robert De Niro). La scena di Fanucci che con il mignolo alzato sorseggia il suo caffè è entrata nell’immaginario collettivo cinefilo così come la sua esecuzione mentre si festeggia San Rocco. E veniamo al 1975, l’anno di Amici miei. Ideata da Pietro Germi e portata sullo schermo da Mario Monicelli per i primi due capitoli Amici miei (1975) e Amici miei – Atto II° (1982) e da Nanny Loy per quello conclusivo Amici miei – Atto III° (1985), la saga ottenne un notevole successo di critica e pubblico e portò la commedia all’italiana dalle parti della satira cinica e spietata, perfetto specchio di un paese in involuzione morale e culturale. Le vicende di cinque amici fiorentini ormai cinquantenni, affetti dalla sindrome di Peter Pan, sono raccontate attraverso le loro goliardate e “zingarate”. Il titolo, come ricorda Gastone Moschin in una delle sue interviste, era una sorta di congedo di Germi dalla vita, un saluto ai propri amici nella consapevolezza dello stato terminale della propria malattia. E al di là degli scherzi crudeli e delle “supercazzole”, si respira per tutto il film un’aria malinconica e decadente. Monicelli inquadra perfettamente lo spirito di questi ribelli attempati, che celano dietro lazzi e sollazzi una depressione maggiore. Moschin con il suo architetto Melandri infatuato della “bella figlia dell’amore” è protagonista degli episodi più spassosi: il dialogo con il Sassaroli (Adolfo Celi) che gli cede ben volentieri moglie, figlie, cane Birillo e governante tedesca; la conversione religiosa e il battesimo, la scena dell’alluvione di Firenze che blocca un tentativo di sverginamento, la via crucis in cui, nella parte del Cristo, viene malmenato dai suoi amici.

gastone moschin signore e signoriDalla fine degli anni ’80 Gastone Moschin diraderà le sue partecipazioni cinematografiche e verrà coinvolto in alcune serie televisive come Nel gorgo del peccato (1987), Sei forte maestro (2000) e Don Matteo (2000-2001). Tra gli ultimi film: Donne con le gonne di Francesco Nuti (1991), I magi randagi (1996) di Sergio Citti e Porzus (1997) di Renzo Martinelli. A questa ultima opera era particolarmente legato, sia per la delicatezza del tema trattato (l’eccidio di Porzus compiuto dai partigiani jugoslavi) che per l’intensità del coinvolgimento personale.

In una delle sue ultime interviste omaggiava il ruolo dell’attore sottolineandone la precisione e la difficoltà nel trasformare una nota tragica in comica. Questa capacità appartiene a pochi geniali attori. E, citando il Melandri di Amici miei, il genio risiede “nella fantasia, nella intuizione, nella decisione e nella velocità di esecuzione”. Nel nostro paese sono finiti i tempi delle zingarate ma continuano a proliferare le “supercazzole”: immaginiamo il sorriso sornione di Gastone Moschin a benedire una certa disillusione su uomini e cose, ma davanti al suo professionismo e al suo genio non possiamo che inchinarci e “levare il cappello”.

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