Mapplethorpe – Look at the Pictures, di Fenton Bailey e Randy Barbato

Dopo Party Monster (2003), Inside Deep Throat (2005) e RuPaul’s Drag Race (2009-2016), la casa di produzione hollywoodiana fondata nel 1991 da Fenton Bailey e Randy Barbato e specializzata nella promozione di reality e documentari televisivi con una particolare attenzione per le tematiche e la sottocultura erotica, presenta un nuovo shockumentary dedicato ad una delle personalità artistiche più controverse ed influenti del XX secolo. Il lungometraggio, presentato nel corso dell’ultimo Sundance Film Festival, è un sincero, icastico e – a tratti – toccante ritratto del discusso fotografo americano Robert Mapplethorpe. Una macchina fotografica inquadra ed immortala con un clic la serie di personaggi – parenti, amici, collaboratori, modelli, colleghi, curatori, galleristi – che si succedono ad esternare i propri ricordi e le proprie esperienze, in sostanza il proprio “vissuto” insieme all’artista.
Usando come pretesto narrativo una mostra collettiva del LACMA (Los Angeles County Museum of Art), il racconto segue un ordinato percorso cronologico: da quando, nel 1949, Robert si trasferisce con la famiglia all’isolato 8312 di Floral Park, contea di Queens, Long Island (NY) a quando, il 9 marzo 1989 – all’età di 42 anni – il fotografo si spegne stroncato dall’AIDS. È un continuo ed ondivago flusso sapientemente miscelato tra presente e passato, quello realizzato dalla coppia di registi: intense interviste ad memoriam si intrecciano con inediti stralci d’antan, filmati in bianco e nero si fondono con voci fuori campo e si alternano alle immagini delle opere. Ciò che emerge, spesso anche attraverso le dirette parole dell’artista – il che riveste una particolare importanza e forza espressiva e drammatica – è una testimonianza onesta, e proprio per questo scioccante, della vita e delle opere di Mapplethorpe. La personalità dell’artista viene fuori in tutta la sua complessità ed unicità. Provocatore ed attento indagatore sin da bambino, quando, con i suoi occhi penetranti, sembrava inseguire un altrove e disegnava facce verdi, capelli viola e ritratti della Vergine dal vago sapore cubista. Scorrono, attraverso immagini, parole e fotografie, gli anni giovanili: il diploma a pieni voti, appena sedicenne, al liceo Martin Van Buren di New York, il trasferimento a Brooklyn e l’iscrizione al Pratt Institute, le esperienze con le droghe – dalla marijuana all’LSD – le amicizie con gli studenti del corso d’arte e, soprattutto, l’ossessione di trovare un nuovo approccio all’arte, qualcosa di unico. Vengono raccontati con dovizia di particolari il suo primo incontro con la pornografia, sulla 42a a Times Square, quando tentò di rubare ad un edicolante cieco delle riviste gay sigillate nel cellophane, la fascinazione per il proibito e la prima consapevolezza della vocazione artistica: “Vengo dall’America suburbana, un ambiente molto protetto. Un bel posto in cui vivere e un bel posto da lasciare. Ero un solitario, pur avendo degli amici. Disegnavo sempre e appena arrivato al liceo sapevo di voler diventare un artista, qualsiasi cosa fosse”. Ed ecco il 1967, la seminale conoscenza e la relazione sentimentale con Patti Smith, il loro soggiorno al leggendario Chelsea Hotel. E poi, ancora, la scoperta della propria omosessualità e le relazioni – tra gli altri – con il modello David Croland, il ricco collezionista Sam Wagstaff, il giornalista Jack Fritscher, il performer Robert Sherman, il fotografo Marcus Leatherdale, l’“Apollo nero” Milton Moore e Jack Walls.

Diventiamo anche noi partecipi della vita nel loft di Bond Street, dove allestisce quello look-at-the-picturesche resterà, fino alla morte, il suo studio fotografico, e delle frequentazioni eleganti ed aristocratiche a Mustique, l’isola caraibica meta dell’alta società europea. Scendiamo negli abissi della perdizione, ascoltando le sconvolgenti avventure sessuali vissute al Mine Shaft, punto di ritrovo della comunità gay, i “due piani del sesso più scandaloso dai tempi dell’antica Roma”. Assistiamo sconcertati e, insieme, curiosamente rapiti alla realizzazione del famigerato Portfolio X con tredici foto di nudi maschili, pratiche di fist fucking e bondage, alla sistemazione di una prima galleria newyorkese gestita da Holly Solomon e ai preparativi per le due mostre gemelle del febbraio 1977 (“A volte penso sia meglio che il pubblico sia in grado di separare le due cose, perché quando le mischi la parte sessuale prevale”). E poi, ancora, la galleria Miller ad Uptown, il rapporto con la religione e con la famiglia battista di origine irlandese, la collaborazione artistica con Lisa Lyon, prima campionessa femminile di body building, e l’ossessione, fotografica e sessuale, per gli uomini di colore (“Dico spesso che fotografare uomini neri è come fotografare i bronzi”). Ambizione ed egocentrismo, avidità di fama e di soldi, gelosia e competitività nei confronti degli artisti e dei fotografi contemporanei, come Andy Warhol e Brice Marden. Soprattutto, la capacità di sedurre e di manipolare le persone (“Lo sfruttare l’altro è essenziale in una relazione”) e la straordinaria abilità nel circondarsi di una fitta rete di rapporti potenzialmente funzionali per la propria attività. In ultimo, le controverse mostre Maschi neri e Il momento perfetto - l’ultima esposizione curata con Janet Kardon, inaugurata a Philadelphia nel 1988 e poi spostatasi a Washington e a Cincinnati; la creazione della Mapplethorpe Foundation per la Ricerca contro l’AIDS e la Fotografia d’Arte; l’iniziale riluttanza a coinvolgere il fratello Edward nel suo lavoro e la pressante richiesta di cambiare il suo cognome quando, nel 1984, i due fratelli esposero assieme; l’ultimo sfarzoso cocktail party, le terribili sofferenze dovute alla malattia e la morte.

Tutto risulta estremamente interessante, coinvolgente, sconcertante. Insomma, fa pieno centro, nella misura in cui gli aspetti documentaristici – i due registi hanno avuto accesso totale all’archivio Mapplethorpe – e il filo della narrazione ci permettono di ricostruire e scandagliare le pulsioni interiori e le profonde motivazioni alla base delle scelte esistenziali ed artistiche del fotografo. Prevale naturalmente una visione celebrativa, quasi catartica dell’artista. E non può essere sminuita la grande possibilità data allo spettatore di godere della visione di molti capolavori dell’artista: non solo le tante, dibattute fotografie a tematica sessuale, ma anche i ritratti delle celebrità (William Burroughs, Iggy Pop, Donald Sutherland, Brooke Shields, i Talking Heads, Debbie Harry, Philip Glass, tra gli altri) e le straordinarie nature morte ed immagini di fiori che costituiscono il Portfolio Y.
Poco spazio viene dato alle controversie giudiziarie e al dibattimento culturale e politico che la rivoluzione fotografica operata da Mapplethorpe ha prodotto nelle modalità di promozione e fruizione dell’arte contemporanea: dalle polemiche in seno ai membri del Congresso USA in seguito alla mostra alla Corcoran Gallery of Art di Washington, alla virulenta querelle che portò il direttore del Cincinnati Contemporary Arts Center, Dennis Barrie, all’imputazione di oscenità per aver esposto sette dei suoi ritratti BDSM. Sarebbe stato istruttivo accennare anche alla controversia generale sui finanziamenti pubblici ai lavori e alle esposizioni dell’artista sollevata da molte organizzazioni conservatrici e religiose, ciò che lo rese una sorta di “pomo della discordia” nel dibattito sul futuro del National Endowment for the Arts. Il suo celebrato e maniacale perfezionismo formale trova solo parzialmente riscontro nel corso del film, come il suo amore per le tecniche raffinate e costose, le stampe al platino in grandi formati e gli inserti delle confezioni extra lusso. Stona, soprattutto, la risicata presenza – sia audio che video – di Patti Smith, musa e amica di una vita, che pure al fotografo ha dedicato alcune delle parole più belle: “L’ultima immagine di lui fu come la prima. Un giovane che dormiva ammantato di luce, che riapriva gli occhi col sorriso di chi aveva riconosciuto colei che mai gli era stata sconosciuta” (da Just Kids, Feltrinelli, 2010). La rottura deliberata e consapevole di tutti i codici e delle classificazioni estetiche – novello Caravaggio del Novecento – porta a citare il fotografo Adriano Altamira: “L’operazione che sta dietro al mondo figurativo di Mapplethorpe è piuttosto trasparente: trasporre soggetti omoerotici nel territorio eletto e squisitamente formale della classicità, usare la natura morta come un genere allusivo e infine fare del nudo una forma di studio botanico”. Come dimenticare, del resto, la celebre mostra fiorentina del 2009 alla Galleria dell’Accademia, in cui le creazioni fotografiche di Robert vennero messe a confronto con i sublimi marmi di Michelangelo! Ed è bello chiudere, ancora, con Patti: “Gli uomini non possono giudicare l’arte. Poiché l’arte canta a Dio, e a lui appartiene in ultima istanza”.


Titolo
originale: id.
Origine: USA, 2016
Regia: Fenton Bailey & Randy Barbato
Distribuzione: HBO, KOOL Filmdistribution, Magyarhangya
Durata: 108 min