My war is not over, di Bruno Bigoni

My war is not over è il nuovo film di Bruno Bigoni, regista non nuovo ad operazioni di confine che provano a ricostruire la memoria del Paese. È proprio la memoria storica, ancora una volta, al centro del suo interesse e questa volta con una vicenda particolarmente originale il suo cinema diventa onnicomprensivo. Dal particolare il racconto incrocia vicende e nomi di uomini a noi sconosciuti, storie segrete e comuni consumate nel fuoco della seconda guerra mondiale. Harry Shindler era un soldato americano, sbarcò ad Anzio e risalì l’Italia per combattere una guerra che lo fece diventare adulto. Quelle esperienze avrebbero segnato la sua vita. Oggi Harry My war is not over_1Shindler ha 95 anni e vive a San Benedetto del Tronto e la sua occupazione è quella di ritrovare i resti di soldati ignoti e restituire loro il nome, chiudendo anche per loro e finalmente la tragica vicenda bellica. Harry Shindler è un “cacciatore di memoria” è un piccolo e solitario antieroe che il cinema di Bigoni ha il merito di avere perpetuato nel tempo.
È commovente il percorso di questo oscuro protagonista della storia non scritta sui libri che con il suo instancabile lavoro, ancora a questa età, sembra riempire i buchi lasciati aperti dal tempo. Shindler mantiene fede ad una promessa che si trasforma in imperativo morale e il suo lavoro è quello di scavare dentro le rotte mai esplorate di questi ignoti soldati ricostruendo le loro ultime vicende, scoperchiando le loro esistenze dal mondo sommerso, dall’oblio che le ricopre. Il suo lavoro sembra un fiume carsico che trasporta la memoria che torna vivace quando riemerge alla luce del sole. Bigoni partecipa a questa scoperta, si mette in gioco nel campo visivo dell’immagine, condivide e si appassiona a queste biografie sconosciute e immagina una sorta di Spoon River quando dal silenzio di quelle tombe le voci dei soldati raccontano le proprie vite ordinarie, quelle che resteranno sepolte in quel pezzo di terra.
My war is not overIl lavoro dell’autore è stato quello di seguire questa febbrile ricerca che incessantemente dura ancora oggi e nell’incontro seguito alla proiezione del film, Shindler è stato un fiume in piena, un inarrestabile testimone di quanto sia necessario oggi conservare la memoria di questi fatti, di quelle persone, testimoniando altrettanto instancabilmente i valori preziosi della democrazia.
Va riconosciuta a Harry Shindler la grande disponibilità, la ricchezza di progetti per il futuro, compresa la festa per i suoi cento anni e soprattutto la passione con cui si rivolge ai più giovani. Tutto in un torrenziale intervento in un italiano classicamente segnato dall’accento americano che l’anziano protagonista non ha perduto nonostante gliMy war is not over, Bigoni oltre sessant’anni di permanenza in Italia. Un altro merito va riconosciuto a Bruno Bigoni che con questo film è stato ospite nella sezione Festa Mobile al Festival di Torino, quello di essere riuscito, aderendo pienamente al progetto iniziale e al pensiero del suo protagonista, a costruire un film appassionante, forse non particolarmente spiazzante per lo spettatore, ma sicuramente My war is not over resta un inciso umanamente importante nel racconto della seconda guerra mondiale.
Toccare i nervi scoperti della memoria sopita e spesso dai più giovani, non dimenticata, ma addirittura ignorata, è il compito che Bigoni assume come ulteriore e determinante imperativo morale e il cinema quindi diventa un dispositivo di trasmissione, una specie di nastro trasportatore di ricordi ed emozioni, quelle stesse che si provano, ancora una volta, guardando gli inserti dei documenti d’epoca, assolutamente originali, se non inediti, che il film propone, segno di un grande lavoro, anche questo oscuro e sotterraneo, condotto negli archivi.
Bigoni e Shindler in stretto rapporto tra loro a raccontare alle giovani generazioni la durezza della guerra e le sue ricadute nel futuro anche lontano. La guerra finisce quando le spoglie trovano un nome e quindi trovano pace.
Bruno Bigoni e Harry Shindler interrogano la storia, interrogano i giovani soldati e i loro corpi evanescenti, attendono risposte che già conoscono e ci offrono questi loro stati d’animo in un film emozionante e sincero. My war is not over ci fa ascoltare le voci da lontano, facendoci comprendere, ancora una volta, e con maggiore intensità il dolore delle guerre nelle quali si consuma il nostro presente e le migliaia di voci di giovani o meno che da quelle guerre fuggono e muoiono annegati nel nostro Mediterraneo e ai quali, negli anni di internet, non potremo mai restituire un nome senza un altro Harry Shindler.