#PesaroFF53 – Viaggio a Montevideo, di Giovanni Cioni

Che Dino Campana sia stato a Montevideo non è certo. Di sicuro Giovanni Cioni non c’è stato. E quindi, nel suo caso, il viaggio promesso è un inganno della memoria o un miraggio del desiderio. Per di più, immaginare del mare, delle luci e dei colori che dalla città si riflettono sull’acqua e che, al contrario, risalgono dalle onde verso le mura, le pareti, le finestre, mentre ci si muove tra i binari e le montagne di Aosta, montagne che vorrebbero ricordare quelle di casa, in Toscana (casa di Cioni, casa di Campana…)… e raccontare tutto questo con le parole del poeta che si mescolano alle proprie… è tutto un giocare con l’impossibile, colmarne la distanza rispetto alla realtà, alla vita attraverso l’invenzione della fantasia, con lo slancio della creazione. Ma lo scarto resta sempre. Per quanto sforzi gli occhi, Montevideo non la vedi. È un miraggio, che cerchi invano di incrociare nella piega delle immagini, in quel nero che sta al fondo delle dissolvenze, nel momento in cui le cose si fanno indeterminate e svaporano.

viaggio a montevideo2Il film di Cioni è un controsenso, va già di per sé contro i sensi e le cose sensate… Partire senza sapere dove andare, perdersi durante il viaggio, perdere proprio la strada, provare a raccontare quello che non si è visto o quello che si è dimenticato, quello che non si sa, ancora o non più. Dove non siamo stati, come avrebbero detto Mauro Santini e Corso Salani, in uno dei momenti più struggenti di questa lotta con l’impossibile, in questo assurdo sogno di persistenza del cinema fatto col cuore, prima ancora che con la testa e la tecnica.

Viaggio a Montevideo è uno straordinario film di fantasmi, di incontri passati e trattenuti a stento nella memoria, di fotografie che scolorano e sgranano, di racconti all’imperfetto, imperfetti. Le stelle che vedo forse già non ci sono più quando le vedo, ma la citazione potrebbe essere inesatta. Appunto… Cioni, come in un diario di bordo, parla dell’amico Walther, dei compagni scomparsi in tempesta, di padri, madri, di Nuova Caledonia e coincidenze ferroviarie tra Torino e Ivrea. Appunti sparsi che si legano ai pensieri delle persone incontrate lungo il cammino, sulla morte, il tempo, le partenze, i luoghi. Mentre i versi di Campana sembrano piegarsi in derive salgariane nei mari del Sud.

Il cinema per Cioni è sempre un affare da intrepidi, un’avventura da affrontare in prima persona, mettendo in gioco se stessi, la fragile verità dei sentimenti e dei rapporti. E nell’andamento dispersivo dei suoi film avverti che il disegno, la struttura, il dispositivo servono più a non smarrirsi del tutto che a chiudere il cerchio e a costruire mura intorno al senso. Ma qui si arriva al colmo. C’è la parola scritta. E poi la traccia musicale, con tutte le dissonanze, le ripetizioni, le fughe. Ma per il resto la tenuta è fragile, le immagini si smarginano in notazioni, in brandelli di racconto e appunti di osservazione, tra pascoli di vacche e valli all’ombra che sembrano il luogo perfetto di un film dell’orrore che non si farà mai… Come sempre avverti la presenza di Cioni, quel suo sguardo che sta dietro la macchina, l’obiettivo, senti la sua voce, addirittura il suo affanno. Ma non lo vedi, ne scorgi un riflesso, un’immagine sbiadita in una foto di tanti anni fa. E allora finalmente capisci, ti rendi conto da dove viene tutta quest’inquietudine, questo groppo che non riesci a sciogliere o a risolvere. Il fantasma è nell’occhio di chi guarda, lo abbiamo detto. E Cioni qui lo svela con una nettezza disarmante. Il vero fantasma è lui, è il regista, è il suo essere lì ma non essere nell’immagine, in quella traccia che resta. E, dunque, i fantasmi siamo noi che guardiamo, che vediamo la vita passarci davanti e scolorire, perdersi in nuvola come il fumo di una sigaretta. Il cinema ci ricorda ogni istante che siamo fumo…