Roan Johnson ospite di Sentieri Selvaggi, col cuore dalla parte giusta

Non mi importa nulla di essere originale perché se vai fino in fondo seguendo chi sei verrà fuori un prodotto unico“. Roan Johnson, classe ’75, padre britannico, allievo del Centro Sperimentale, regista, scrittore e sceneggiatore. Sentieri Selvaggi ha ospitato il giovane cineasta nella sede romana della Scuola di Cinema per ripercorrere con lui gli inizi, la fase intermedia e l’attuale presenza in sala di Piuma, presentato in concorso a #Venezia73.

PIUMA – Roan Johnson racconta il suo film da Sentieri Selvaggi (riprese e montaggio Enrico Carocci e Cristiano Ciliberti) from sentieri selvaggi on Vimeo.

Di certo da piccolo non ero un film geek. Ricordo solo una capatina al cinema per L’impero colpisce ancora. Mio padre non amava guardare film, non leggeva romanzi,non guardava la tv, però scriveva poesie. Anch’io da piccolo scrivevo poesie e racconti. La passione per il cinema è scoppiata grazie ad una ragazza che mi ha educato ai cult e pietre miliari. Ho studiato Scienze Politiche a Padova affascinato dai centri sociali e dal fervore studentesco, ma dopo un anno sono rientrato a Pisa. Ho provato con Lettere, però non percepivo una grande modernità. Infine al San Matteo di Pavia, quando ho visto che gli studenti guardavano un film di Hitchcock, ho trovato la mia dimensione“.
Il Centro Sperimentale di Cinematografia sì è rivelato per Johnson una scuola di vita oltre che di cinema. Presentatosi come sceneggiatore, attraverso un’esperienza trasversale e complessa ha potuto gettare le basi per la sua attuale carriera. “La sceneggiatura è fondamentale. Per me è necessario che sia solida, con pochissime modifiche tra la fase strettamente scrittoria e quella di montaggio“.

Il lungometraggio d’esordio dietro la mdp risale al 2011: I Primi della lista. La vicenda è felicita_roanambientata all’inizio degli anni ’70 ed è tratta da un fatto realmente accaduto. Tre giovani musicisti pisani, militanti della sinistra radicale, convinti di un imminente colpo di stato di matrice neofascista e temendo di esserne accusati, decidono di fuggire dall’Italia.
La differenza tra I primi della lista e la mia seconda opera, Fino a qui tutto bene, è che nel primo non ho pensato alla parte visiva: ragionavo da sceneggiatore puro. Il budget è stato di €600.000, ma mentre lo giravo mi sono reso conto che sarebbero serviti più soldi. Era un film in costume, un road movie, insomma partiva da una base narrativa che avrebbe richiesto più denaro. Sono uno che fa molti ciak, però qui ero limitato dall’uso della pellicola. Ciononostante, credo che la povertà produttiva si avverta poco.”
Fino a qui tutto bene è stata senza dubbio la svolta per Johnson. Vincitore del Premio del Pubblico alla Festa di Roma nel 2014, a detta del regista è il suo film più indie, più strano e che sente più vicino emotivamente. Nonostante i limiti finanziari, sul set si è creato un cameratismo, una complicità che hanno reso i pochi soldi di partenza un guadagno vero e proprio. La storia è quella di cinque ragazzi che stanno per lasciare l’appartamento pisano condiviso durante gli anni universitari. Tutto si svolge in tre giorni esatti: le ore che li separano dalla partenza. “La scintilla è stata proprio condensare la storyline in tre giorni. Dovevo mostrare quanto più possibile in quell’arco cronologico. L’unità di tempo aristotelica è di per sé una base ottima“. Johnson aveva ricevuto la proposta dall’Università di Pisa di girare un documentario sull’ateneo, motivo per cui si era rimboccato le maniche e aveva iniziato a realizzare delle interviste sia via mail che dal vivo. “Da lì ho scoperto cose che non immaginavo: una generazione più determinata, ma che conosce fin troppo bene l’incertezza. Quando studiavo io c’era una maggiore serenità nell’avvenire: sapevamo che non avremmo avuto troppi problemi a trovare lavoro. Ciò che si vede nel film è frutto sia di esperienze mie che di persone a me vicine“.



Roan Johnson è attualmente impegnato nella terza stagione della serie tv Sky I delitti del BarLume, basata sulla collana di romanzi di Marco Malvaldi. Il serial, sceneggiato dal regista e della sua compagna Ottavia Madeddu, anche coautrice di Piuma, si svolge sull’Isola d’Elba, a Marciana Marina, e riguarda un barista divorziato, interpretato da Filippo Timi, il quale indaga su una serie di misteri grazie all’aiuto di quattro vispi vecchietti
. “Ho a disposizione quattro settimane per girare un episodio della durata di novanta minuti. Io e la mia troupe non arriviamo mai impreparati. Esattamente come abbiamo agito per Piuma, io, l’aiuto regista, il direttore della fotografia, la segretaria di edizione e il montatore ci sediamo al tavolo e decidiamo le inquadrature, una per una“.
L’ultima opera di Johnson è Piuma, in concorso al Lido e attualmente nelle sale italiane. Si tratta di una commedia corale incentrata su due adolescenti romani che si preparano, nonostante l’età, a diventare genitori.I selezionatori e il direttore del Festival di Venezia hanno fatto un ottimo lavoro diversificando la tipologia di film presenti nel programma. Mi sono sorpreso che Piuma sia stato selezionato per il concorso vero e proprio. Il festival è per sua natura un rischio e purtroppo capita che il botteghino non ripaghi un’accoglienza tiepida. Ci possono essere quelle tre, quattro persone che minano la reputazione di un lavoro e persuadono altri critici a mettere una stellina in meno nella propria recensione. Ora riesco a capire l’atteggiamento restio del mio produttore. Se Piuma fosse finito alle Giornate degli Autori di certo l’outcome sarebbe stato molto diverso. La maggior parte degli sbagli è dovuta alla paura del giudizio. Ma l’unico modo per raggiungere uno scopo è tentare. Sono assolutamente contento di aver fatto quell’esperienza.
piumaPiuma è girato prevalentemente nella periferia di Roma Est, dove il regista ha comprato casa. Era più facile immaginare che i due giovani avrebbero vissuto una condizione peggiore nei sobborghi romani, schiacciati, come si vede spesso nella pellicola, da quegli imponenti palazzi popolari, piuttosto che a Pisa, location di Fino a qui tutto bene. “Il film è pieno di piani sequenza. Macchina a mano, pochissimi tagli. Abbiamo preferito lo scavallamento piuttosto che il canonico campo/controcampo; volevo che il pubblico si sentisse parte della storia, che percepisse vitalità, freschezza, verità…gli attori adulti vengono tutti dal teatro. Non è stata una scelta volontaria, ma evidentemente erano i più adatti a questo tipo di lavoro“.

Secondo Johnson l’attuale andamento in sala del film potrebbe derivare non solo dal trattamento veneziano ma anche da un lancio non ben calibrato (commedia per ragazzi invece di commedia corale) e dall’assenza di un cast celebre. In ogni caso il regista definisce Piumauna commedia incantata“, lontana dal cinismo e al disincanto della tradizione della commedia all’italiana.
Avendo un passato e un’inclinazione da scrittore puro, i miei film sono pieni di dialoghi, con un ritmo molto serrato. Dovevo trovare la maniera per far respirare l’opera, ampliarne lo sguardo…” La scelta di lasciarsi andare a momenti “onirici” in Piuma gli ha fatto conquistare apprezzamenti ma anche perplessità. In ogni caso Johnson lo considera un passo verso una crescita espressiva.

Il regista sembra come non mai legato alle storie che racconta, alle persone di cui si circonda e a quello che il cinema può scaturire negli occhi e nell’animo dello spettatore. “Il cinema è chimica imperscrutabile. Quando la chimica funziona, si crea la magia. Prediligo le qualità umane a quelle professionali: gente bella col cuore dalla parte giusta“.