Sassi nello stagno, di Luca Gorreri

Il Festival del Cinema di Salsomaggiore trae le sue origini da molto lontano, le sue radici affondano nei cineclub, nei cineforum, luoghi di scoperta e riscoperta di un cinema lontano dalla massa e dall’ordinario, luoghi di confronto tra autori e autori, autori e spettatori, spettatori e spettatori. Luoghi di cultura e socialità. Festival fratello di altri festival figli degli stessi genitori in lotta tra loro per un posto al sole. La strada che porta il festival a Salsomaggiore passa da Parma, Roma, Monticelli Terme. Passa attraverso il cinema e chi fa il cinema: Godard, Fuller, Jarmusch, Iosseliani, Kaurismäki, Bertolucci, Truffaut. Un festival teorico con una nozione apparentemente astratta di cinema con carattere cineclubistico che recupera film dimenticati e proietta inediti. Ipotesi di cinema verificabile nella sua attualità, nella sua progettualità e continuità attraverso la storia del cinema. Festival senza divi, premi, mondanità. Festival per operatori, cineasti, cinefili. Cinema scommessa che si ostina a rimanere fuori dalle regole del mercato, che rifiuta tuttavia l’emarginazione e il vittimismo. Festival propositivo a favore del cinema a venire, non accondiscendente, non riconciliato, un po’ utopico. Festival che crea curiosità, insoddisfazione, voglia di esplorazione, rinnovazione. Festival Frankenstein assemblato con pezzi di cinema che spaventa il popolino. Festival dimenticato”.

Queste parole, lette dal regista, doppiatore e produttore Paolo Rossini, introducono ed esemplificano lo spirito e l’obiettivo di Sassi nello Stagno, documentario di Luca Gorreri, quarantaseienne cinefilo parmigiano alla sua opera prima. Gorreri ripercorre – con i tempi e le modalità di una piccola inchiesta giornalistica – le tappe attraverso le quali si è delineato, strutturato e affermato il Festival del Cinema di Salsomaggiore: dal fermento culturale del Filmstudio di Roma – nato nel 1967 con la proposta di creare una struttura nuova in Italia dove potessero essere mostrati liberamente, con una programmazione giornaliera, il cinema d’arte e quello di sperimentazione, un osservatorio cosmopolita dove proiettare classici della storia del cinema fortunosamente recuperati, film dell’avanguardia storica sconosciuti in Italia, cinema sperimentale, cinema indipendente italiano, europeo e americano, nuovo cinema e film delle cinematografie emergenti, un’officina di ricerca dove poter sperimentare nuovi linguaggi e nuove proposte artistiche, critiche e culturali – alle prime due edizioni degli Incontri Cinematografici di Monticelli Terme (1977-1978), dalle quattro edizioni degli Incontri Cinematografici di Salsomaggiore Terme (1980-1983) al Salso Film & TV Festival (1984-1989), fino alle ultime due edizioni (Emilia Romagna Terra di Cineasti, 1990 e Cinema Art Festival, 1991).

unnamedSiamo nel 1970 quando Giuseppe Bertolucci lamenta l’assenza di iniziative cinematografiche nella zona di Parma e comincia a maturare l’idea di una serie di incontri nei quali coinvolgere intellettuali, critici cinematografici e giovani cinefili locali. Cinque anni dopo lo stesso Bertolucci mette in contatto l’ambiente parmigiano con il gruppo romano attivo nella promozione delle attività del Filmstudio e avvengono i primi contatti con Mario Tommasini, all’epoca Assessore alla Cultura del Comune di Parma. Nel 1976, Luciano Recchia, Bertolucci e Tommasini presentano un progetto alla Provincia e alla Regione e gli enti pubblici annunciano la volontà di finanziarlo. Nel dicembre dello stesso anno – a margine di un incontro tra Adriano Aprà, Patrizia Pistagnesi, Giovanni Spagnoletti, Enzo Ungari, Beniamino Placido, Ottavio Fatica, Luciano Recchia, Giuseppe Bertolucci, Mario Tommasini e Luigi Cavatorta – vengono gettate le basi stilistiche e formali che costituiranno l’ossatura della rassegna: compresenza del vecchio e del nuovo, nessuna rinuncia del rigore formale e della perfezione e neppure delle novità stilistiche, formali e tematiche. Le prime due edizioni di Monticelli Terme sono caratterizzate da difficoltà logistiche, organizzazione precaria e insufficienza di spazi, ma raggiungono comunque l’intento di ritagliarsi una propria voce autonoma estranea al circuito commerciale, consentendo ai cineclub di incontrarsi e confrontarsi e allo spettatore di trasformarsi da personaggio passivo a personaggio attivo e consapevole. Sotto la direzione tecnica di Adriano Aprà e la segreteria organizzativa di Luciano Recchia, a partire dal 1980 gli incontri si trasferiscono a Salsomaggiore e comincia a delinearsi la proposta di un cinema nel quale passato e presente devono coesistere: vengono lanciati nuovi talenti e presentate nuove cinematografie, contemporaneamente alla riscoperta dei classici con retrospettive dedicate, tra gli altri, a David Mark Griffith, Nicholas Ray, Samuel Fuller, George Cukor, Douglas Fairbanks. A partire dal 1984 gli Incontri Cinematografici prendono il nome di Salso Film & TV Festival e vengono introdotte le giurie composte da personaggi famosi, compromesso richiesto dagli organizzatori politici per attrarre il grande pubblico ed avvicinare la rassegna agli standard europei. La sesta edizione, nel 1986, presenta una novità di rilievo, con l’introduzione di una sezione dedicata al video (video musicale, video lettere, videogiochi, video arte), a tracciare un percorso di ricerca che non separa più cinema e linguaggio televisivo e audiovisivo. Ancora una volta, la rassegna diventa laboratorio e viene introdotto – altro compromesso inizialmente estraneo ai principi originari dei promotori – un premio in denaro per il miglior film. Nel 1989, lo scarso appoggio economico da parte delle istituzioni comunali e provinciali inducono Luciano Recchia a dare le dimissioni e Adriano Aprà ad accettare la proposta di Lino Miccichè di succedergli alla guida della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Anche il resto dell’organizzazione si smantella e la rassegna cambia assetto e connotazione. Quella del 1990, con direttore tecnico Dario Zanelli e presidente Sergio Zavoli, è un’edizione di transizione: da kermesse internazionale a rassegna di autori emiliani. Nel 1991, il festival cambia ancora nome diventando Cinema Art Festival: la sezione video viene abbandonata e le caratteristiche di sperimentazione, intraprendenza ed originalità spariscono. L’ultima edizione è caratterizzata da sfarzo, glamour e dispendio di denaro.

melani_c_gifGorreri incastra con efficacia immagini di repertorio, spezzoni di video e di film presentati nel corso delle varie edizioni, stralci di vecchie interviste – in particolare con il compianto regista, sceneggiatore e critico cinematografico Marco Melani, instancabile animatore intellettuale della rassegna e tra gli ideatori di trasmissioni televisive diventate cult come Blob e Fuori Orario. Cose (mai) viste e approfondite riflessioni in presa diretta con alcuni protagonisti della manifestazione ed imprescindibili testimoni di quella stagione culturale, dal direttore Adriano Aprà alla sua vice Patrizia Pistagnesi, dal segretario Luciano Recchia all’assiduo frequentatore Enrico Ghezzi, dallo scrittore e drammaturgo Andrea Villani al giornalista e critico cinematografico Roberto S. Tanzi, passando per le ospiti d’onore Christa Lang Fuller e Samantha Fuller. Vengono passati in rassegna alcuni dei programmi proposti nel corso delle edizioni, come le personali su Max Ophüls, Wim Wenders (con tanto di prima italiana di Nel corso del Tempo) e Jean-Luc Godard e le proiezioni di lavori di Ōshima, Gitai, Straub e Huillet, Fassbinder, Jarman, Wajda, Vecchiali, Rivette, Olmi, Akerman, Hitchcock, Lang, Joel & Ethan Coen, tutti protagonisti di una rassegna che ha lanciato, tra gli altri, registi italiani come Silvio Soldini, Marco Tullio Giordana e Fiorella Infascelli. Il titolo del documentario non è casuale e restituisce pienamente lo spirito che soggiaceva a questo tipo di proposta culturale e ne rappresentava l’autentico manifesto programmatico: essere “contro”, rifiutare i canali ufficiali e le modalità tradizionali di svolgimento di una rassegna cinematografica – presenza di divi, di premi e di concorsi – proporre un’idea di cinema nuova, trasversale e “militante”, stimolando un costante confronto creativo tra tutte le figure che prendono parte al processo di creazione filmica, evitando di ghettizzarle in specifici compartimenti professionali. In una parola, smuovere le acque: “quando il clima culturale appare stagnante, quando risulta faticoso per il pubblico cinefilo vedere film che si discostano dai pochi generi e stili che prevalgono nelle sale cinematografiche, un festival e un documentario possono creare una perturbazione in questa situazione. Per quanto le onde sull’acqua tenderanno a smorzarsi, il dibattito avrà provocato riflessioni che potranno causare altre onde”.

Una rassegna che, nel suo momento di maggiore successo, era considerata la terza kermesse cinematografica italiana più importante e prestigiosa, ancora lontana dai numeri di Venezia ma pronta ad insidiare Pesaro, con cui condivideva lo stesso spirito di ricerca di “nuovo cinema” e la pari considerazione delle persone e dei film, come ricorda Enrico Ghezzi, oltre alla volontà di fare gruppo e di creare occasioni di scambio e dialogo. Ma tutto questo è destinato immancabilmente a scontrarsi con la logica del profitto economico e della convenienza politica. Dopo essere riuscita faticosamente, ma inesorabilmente, a guadagnarsi il favore del pubblico – non solo quello dei giovani cinefili entusiasti ed appassionati, ma anche quello dei placidi e tradizionali salsesi, inizialmente piuttosto restii e sconcertati dai bizzarri personaggi che animavano la manifestazione – la rassegna deve fare i conti con le esigenze di visibilità, ritorno pecuniario e riassetto organizzativo espresse dalle istituzioni, a cominciare da quelle locali.  In una terra “consacrata” al benessere e alla cura del corpo e allo spirito pop di Miss Italia, sulle ragioni della ricerca sperimentale e della vocazione ad una creatività trasversale cominciano a prevalere le spinte politiche più conservatrici, dettate da logiche prosaiche e consumistiche: la fascinazione glamour, la competizione con i fasti cinematografici di Venezia, la massificazione del prodotto culturale portano lentamente la rassegna a spegnersi, dopo un paio d’anni di anonimato, fino ad essere quasi cancellata dagli archivi e dalla memoria storica.

schermata_2016-12-15_alle_09.26.53Come spiega l’autore, “il documentario, oltre alle classiche interviste dovute in quanto lo scopo è quello di ripercorrere la storia e la genesi del festival, vuole essere un po’ Fuori Orario (per l’accostamento delle immagini con denominatori comuni sullo sfondo, nella matrice, nelle origini dell’immagine stessa), un po’ Monte Hellman (soprattutto per il suo Road to Nowhere, quell’idea di film nel film, realtà nel film e film nella realtà) e un po’ Jean-Luc Godard (in particolare, il suo Scénario du film Passion)”. Gorreri recupera quindi, per il suo racconto, le forme espressive e la poetica degli autori che intende raccontare – attraverso omaggi, citazioni, riferimenti ed accostamenti a prima vista senza senso o senza legami ma con un invisibile filo conduttore – declinando la sua passione per il cinema attraverso il gusto della sperimentazione visiva, formale, cromatica e musicale e la giustapposizione di linguaggi diversi. Opera prima ed autoprodotta, Sassi nello Stagno non è soltanto un omaggio ad una rassegna cinematografica che non c’è più e ad uno dei suoi più brillanti e geniali sostenitori – quel Marco Melani la cui sfrenata passione cinefila sembra rivivere nell’autore – ma anche una riflessione sul cinema, le sue direzioni, le sue intenzioni, le sue interazioni ed un’amara constatazione di come la cultura ufficiale e la prassi politica e burocratica possano fare a pezzi idee e proposte originali, non diversamente dalla scure che, nel finale del documentario, si abbatte su un televisore riducendolo in frantumi. In fondo, se Salsomaggiore appare sempre la stessa, sonnolenta e tranquilla cittadina immersa tra colline e stagni ora come trentasei anni fa è pur vero che con un sasso si può produrre un’onda capace di mettere in moto e di propagare una nuova idea.