SPECIALE STAND BY ME – Lo squalo, di Steven Spielberg

Anche se in molti dei suoi aspetti questo mondo visibile sembra formato nell’amore, le sfere invisibili furono formate nella paura”. H. Melville, Moby Dick
Se avessimo realizzato Jaws nel 2005, mi sarei affidato al digitale e lo squalo comparirebbe più spesso. In questo modo avrei completamente rovinato il film. Il fatto che lo squalo non funzionasse, trent’anni fa, fu la mia salvezza”. S. Spielberg

 

Lo Squalo è cinema. Ed è cinema perché il ricordo di un’estate racchiuso in quel film schiude sentimenti privati e visioni collettive, paure fanciulle e abbracci con i genitori, memoria condivisa e affabulazione prima per un grande schermo che (di lì a poco) avrebbe rapito la mia vita. Serve altro, in fondo, per definire questa cosa meravigliosa che continuiamo a chiamare “cinema”? E allora è stato bello e straniante rivedere recentemente il ferocissimo bestione analogico che nel 1975 ha scatenato le fobie per l’acqua in milioni di persone, divenuto nel 2015 un’innocua esca per il gigantesco monosauro digitale che apre Jurassic World (tra l’altro prodotto dallo stesso Spielberg…), proprio quando il Parco Divertimenti post-mediale alza il sipario su un pubblico ormai anestetizzato dai troppi schemi touch.

Jurassic-World

Il Monosauro di Jurassic World divora la sua esca: lo squalo

Ecco, partiamo da qui: cos’è diventato Lo Squalo per i giovani cineasti americani del nuovo millennio? È l’attrazione numero uno, è il cinema-delle-origini nel blockbuster contemporaneo, è il dispositivo di memoria necessario per connettersi a un passato: le icone infografiche digitali devono divorare lo squalo spielberghiano, cibarsi di quell’immagine analogica, assumere quella soggettiva e fondersi con quell’immaginario per essere riconosciute come Cinema.

Sì, Lo squalo è cinema. Perché dietro quell’immagine così incredibilmente fluida si agita un dispositivo che proprio non poteva funzionare affidandosi solo alla sua tecnica – leggendarie le traversie sul set con il bestione meccanico Bruce che affondando comicamente nell’oceano “non spaventava proprio mai” nei giornalieri visti dalla troupe –, c’era urgentemente bisogno di un qualcos’altro allora, della potenza di un fuori-campo, dell’allusione a un visibile che sfuggisse al dominio della tecnica per riappropriarsi di una dimensione emotivamente umana. Insomma del perturbante sguardo hitchcockiano sul mondo: leggendaria anche la scelta-obbligata di Spielberg di rinunciare alle inquadrature del mostro (che appare fugacemente dopo più di un’ora di film!) per affidarsi solo alla sua soggettiva che si avvicina ai corpi e li inghiotte nel regno di un fuori-campo immaginato solo dalle tre note ossessive di John Williams. Affidandosi quindi alla potenza dell’immagine e del montaggio, al cinema come “sguardo”, allo spettatore come “schermo”.

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Steven Spielberg sul set con il manichino meccanico soprannominato Bruce

È un film estivo Lo Squalo? Certamente lo è nell’ovvio senso di ambientazioni e atmosfere, ma lo è anche perché in quella fatidica estate del 1975 tutto cambiò per il cinema americano: la distribuzione record in 400 copie, il muro dei 100 milioni di dollari al box office finalmente superato, il merchandising che affiancava per la prima volta gli introiti della sala. Insomma quella è stata l’estate della rivoluzione, per qualcuno della restaurazione, comunque di un cambiamento: Lo squalo da un lato ha travolto ogni sogno di cinema liber(at)o dalle Major – l’anno dopo sarebbe uscito Nashville, forse il manifesto definitivo sull’utopia dei magnifici anni ’70 americani -, ma nello stesso tempo è il film che ha salvato Hollywood dal tracollo finanziario tracciando una nuova via – la cosiddetta era del blockbuster – per gli anni ’80 a venire. Steven Spielberg è il cineasta centrale della sua epoca proprio perché capisce che l’immaginario della New Hollywood, per resistere al tempo, aveva ancora bisogno di essere ibridato dallo sguardo fanciullo del cinema classico. Partorendo eterni Duel in mare aperto che fondessero lo sguardo di Hitchcock ai personaggi di Altman, il mito Ford al sangue di Friedkin.

Lo squalo è il film estivo, certo, e non potrebbe essere altra cosa. Perché riempie di luce un genere solitamente dominato dalle ombre, e perché sulla vecchia barca del lupo di mare Quint (o Achab?) trovano posto anche l’uomo di scienza Hooper (o Spielberg?) e il paterno sceriffo Brody (quindi tutti noi?), alla ricerca del mitologico nemico-dei-nemici che origina racconti e immagini, paure e glorie terrene, in un dispositivo di azione/reazione che viaggia veramente come quel famoso treno nella notte. Il giovane Steven Spielberg si dimostra già prontissimo a regalarci tutti i suoi futuri incontri ravvicinati tra il cinema che ama (Truffaut, Coppola, Corman) e il cinema che brama (Ford, Flemeing, Hitchcock), scindendo in due parti speculari il proprio film: tra la terra ferma e il mare aperto, tra la paura e l’avventura, tra il classico e il moderno.

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Martin Brody (Roy Scheider) con suo figlio Sean

Lo Squalo è cinema, perché divora ogni immagine e la trasforma in immaginario. E perché nella sua presenza/assenza fantasmatica ha creato la scena cardine di ogni cinefilo cresciuto in quegli anni, forse la scena che più associo ai ricordo d’estate dell’infanzia: papà Brody è seduto al tavolo-di-casa, preoccupato per questa presenza (in)visibile e perturbante che minaccia le sue spiagge; mette le mani sul volto, sospira, mentre il piccolo Sean lo imita in tutti i movimenti, sorride e lo contagia nel sorriso; da lì scatta un dolcissimo siparietto padre/figlio, una parentesi fuori dalla narrazione, un puro atto performativo da cinema-muto, una scheggia originaria che fonde i baci di Edison con gli innaffiatori dei Lumiere. Con qualcosa in più però: in fondo alla stanza, poggiata sulla porta, sul confine del fuori-campo, c’è la madre che guarda affabulata la scena. Una spettatrice che osserva e si identifica, creando un cortocircuito con noi spettatori che la osserviamo guardare. Commossi due volte. Lo squalo è cinema, allora, perché si agita selvaggio tra quei due sguardi complici, divorando quell’immagine nella sua singolarità autoriflessiva e liberandola nell’immaginario condiviso come finzione più vera del vero. Questa piccola sequenza è il mio ricordo di un’estate perché averla ricordata ora, appena un attimo fa, mi ha commosso come la prima volta. La riemersione di un’immagine privata, pescata nella memoria di tutti noi: il cinema, appunto.