#TFF34 – Eclisse senza cielo, di Carlo Michele Schirinzi

Nello straordinario I resti di Bisanzio, Romano Sambati è uno dei tanti “strani” personaggi che attraversano il film: il terrorista culturale, una specie di guardiano del faro, rinchiuso nella sua torre solitaria, intento a comporre frasi “cucendole” con ritagli di libri e di giornali. È già indicativo. La parola, ogni parola è già scritta. Riscriverla non serve. Figuriamoci dirla – il Sambati che racconta Schirinzi non parla mai –. Semmai occore ridarle peso e corpo, farla riemergere dall’indistinzione, venir fuori in maniera indiretta, attraverso un gioco di tagli, cesure, collage, ricomposizioni. Il percorso che porta da A a B non necessariamente deve essere un percorso dritto, il più facile. Ci sono mille varianti, mille incognite, mille possibilità. E per quanto io mi configuri lo scopo di arrivare a B, le deviazioni di traiettoria sono infinite, per cui è sempre un incessante lavoro di approssimazione, di avvicinamenti e scostamenti. Ecco, nell’enigma del personaggio del terrorista culturale, Schirinzi sembra riassumere, in qualche modo, il metodo del suo professore di liceo Sambati, artista “eccentrico” e schivo rifugiato nella provincia leccese. Quel suo modo di lavorare al quadro che non prevede il disegno e il trattamento diretto del colore, l’aggiunta di pennellate sulla tela, un fare tutto in addizione. Ma è un procedere per sottrazione, attraverso gli “strappi di superfici”, i ritagli, le increspature di materia e l’emersione dei colori dal fondo. Sambati stende il colore direttamente e poi sovrappone altri strati di tela, di materiale. Li pettina e quasi li fonde insieme, grazie all’uso di una sorgente di calore. E poi, con pazienza e delicatezza, toglie la pelle ai quadri, lavora sulla superficie, raschiandola, incidendola, scorticandola. A poco a poco le figure sono “dissepolte”, come scrive giustamente Schirinzi in uno di quei suoi neri profondissimi, si delineano nei riccioli della tela sfregiata, a cui Sambati dà la forma imprevista di un Icaro precipitato al suolo, si intravedono negli squarci più incisivi che lasciano venir fuori il colore nascosto sotto. E si tratta di colori “incontrollati”, tonalità non decise dal pennello, ma scoperte per caso durante l’opera di dissotterramento. È un metodo che potrebbe accostarsi più alla scultura che alla pittura, se non che questo lavoro di sottrazione viene fuori solo dopo una serie di aggiunte, sovrapposizioni, un necessario intervallo di sedimentazione, come se Sambati scavasse negli strati geologici della materia, nel tempo che si è fatto cosa.

 

romano-sambatiEcco, il tempo, lo scavo, il reperto, lo scarto: l’archeologia e l’opera in divenire. Siamo al centro del cinema – o in qualsiasi altro modo vogliate chiamarlo – di Carlo Michele Schirinzi. Che è sempre sospeso tra il peso del passato e l’ansia di sperimentare il futuro. La distruzione, come se il mondo venisse comunque fuori da un bombardamento, un cataclisma, un terremoto: i resti di Bisanzio, l’eco da luogo colpito, la deposizione sul muro scrostato o il molino abbandonato. E la creazione, l’utopia di ritrovare nei margini della ferita un ultimo segno di rabbiosa bellezza. È chiaro che questo salto nel tempo, (di nuovo da A a B?), non può che passare attraverso lo spazio faticoso del presente. Farsi spazio, dunque, luogo, cosa. Svolgersi nella concretezza dell’opera, della pratica, quella del filmare, innanzitutto, e quella del filmato, dell’artista che, con le sue azioni, riplasma la materia e ne individua i segni tra gli infiniti possibili. Schirinzi filma il suo maestro, e ne racconta il gesto delle mani (ancora una volta il film di Clerici sembra aver aperto una strada), ne segue quasi in presa diretta i movimenti e le evoluzioni. E rende le stesse immagini di Eclisse senza cielo una specie di gesto continuo, perché il fare è analogico, è un insinuarsi nella densità della materia, tra quei filtri che oscurano, distorcono, rispecchiano tradendo, confondendo, tra quei suoni amplificati come se stessimo aggrappati alle cose, le attraversassimo nella selva dei fruscii, degli sfregamenti, di quell’aria che riverbera tra il liscio e il ruvido. Sì, proprio come i quadri di Sambati, Eclisse senza cielo sta tra il piano e la ruga, tra le valli e le catene montuose di un foglio di carta, di una tela, di una pellicola, magari nella stessa granulosità pixelata del digitale. Ma se Sambati, con la sua silenziosa ostinazione, conclude il viaggio dei suoi quadri, Schirinzi si ferma un attimo prima, rimane al culmine dell’atto. Tra l’idea e la cosa, l’immagine e il mondo c’è uno scarto incolmabile, un’intermittenza continua: luce, buio, luce, buio. È in quell’intermittenza che si nasconde l’ultimo segreto.