#TFF35 – The Disaster Artist, di James Franco

C’è un momento vertiginoso in questo The Disaster Artist che racconta meglio di qualsiasi saggio gli abissi del sogno hollywoodiano. Il regista improvvisato e totalmente “fuori” (dagli schemi) Tommy Wiseau incontra in un ristorante uno dei più importanti produttori di Hollywood (interpretato, guarda caso, da Judd Apatow). Wiseau inizia a recitare Shakespeare nella sua maniera stralunata e sgrammaticata tanto che il produttore, evidentemente infastidito, chiama la sicurezza del locale. Poi però avvicina a sé Tommy e gli sussurra una frase chiave: “ragazzo, il fatto di amare profondamente una cosa non significa che tu la sappia fare. Ci riesce uno su un milione, anche se ti chiami Marlon Brando”. Ecco: (ri)prendendo la città dei sogni come eterna cartina di tornasole delle illusioni collettive, James Franco devia nuovamente (e bruscamente) il suo percorso registico tornando al biopic alla Sal. The Disaster Artist è un’immersione totale nell’incredibile “storia vera” del regista di The Room:  Il “quarto potere dei film brutti, il film “peggio montato della storia“, capace però di diventare un oggetto di culto negli anni seguenti… e del resto il suddetto incontro con Apatow non ricalca fedelmente l’incontro tra Ed Wood e Orson Welles nel parente stretto filmato nel 1994 da Tim Burton?

greg-dave-La storia è nota: Wiseau è un allucinato ultratrentenne milionario che si spaccia per diciannovenne. Da dove vengono i suoi soldi? Non si sa. Sogna di fare l’attore, si esibisce in traumatiche performance in un corso di recitazione, infine incontra un giovane collega a San Francisco (Greg Sestero) e nasce un’amicizia dai tratti morbosi che li porta dritti a cercar fortuna nel sistema di Hollywood. I reiterati fallimenti fanno nascere una folle idea: produrre per conto loro un “film indipendente”. The Room è qui ricordato e introdotto da paradossali false interviste, contaminando gli stilemi del mokumentary con quelli del biopic. James Franco –  nel suo film più convincente – riesce a sposare con disarmante lucidità le sue due anime di regista/attore: quella innamorata della storia (del cinema) con i costanti riferimenti agli anni ’90 come culla dell’indie colta tra “autorialità” e “sentimenti”; poi quella della commedia demenziale e del buddy movie hollywoodiano che si insinua nella parabola dei due protagonisti e ne stratifica magnificamente l’orizzonte immaginario. I corpi/icona di Judd Apatow e Seth Rogen (che co-produce questo film) tracciano l’istantanea appartenenza al genere. Insomma: raccontando questa storia così “aliena”, Franco racconta se stesso e la sua famiglia (proprio come Wiseau…), ma raccontando il suo mondo è inevitabile raccontare anche Hollywood e il mercato dei sogni collettivi.

disasterMa c’è di più. Questo è forse il ruolo più complesso interpretato dal Franco attore, un gioco pericoloso sul suo stesso statuto iconico, una performance alla Jim Carrey/Andy Kaufman che nella reiterata comicità involontaria nasconde abissi di sofferenza e immaturità. I suoi reiterati primi piani sono esilaranti e strazianti nello stesso tempo, senza mai tracciare un netto confine. Proprio come il ritratto di quel sottobosco hollywoodiano comico e spietato, infantile ed egoista, ma ancora capace di creare miti e farli sopravvivere come “puri” sentimenti. Le tracce di James Dean, Marlon Brando o Alfred Hitchcock non solo solo riferimenti cinefili, ma diventano referenti emotivi, stati d’animo, vita vera. Tanto da prendere una macchina in piena notte e sfrecciare verso il punto esatto della (non) morte di James Dean perché “it’s real emotion, this is real man!!!“…

La parabola fuori dal comune di Tommy e Greg, infine, ci restituisce l’universo degli anni ’90 come nuovo orizzonte del vintage contemporaneo – il 1998, le sale con Shakesperare in love e “Mark Damon” ne Il Talento di Mister Ripley sono ormai immaginario pop -, colto come l’ultima età dell’innocenza cinematografica, il pre-rivoluzione digitale, un attimo prima della mutazione definitiva. Strepitorso il “doppio obiettivo” di Tommy Wiseau che decide di girare il suo film sia in pellicola che in digitale, con due macchine da presa di diverso peso e dimensione, per catturare i segni e le immagini di un mondo che cambia. O forse, più semplicemente, per cercare nello spazio intermedio la risposta alla domanda più importante: qual è il confine tra amare follemente una cosa e saperla veramente fare?