Amira, di Mohamed Diab

Profondamente pessimista sul futuro dei due popoli e su ogni sforzo per garantire la pace tra israeliani e palestinesi un film sulla insistita dualità che separa ciò che era unitario. Orizzonti

L’annosa vicenda israelo-palestinese è una questione genetica. Tutto è spiegato in questa storia di cui non si può rivelare più di tanto. Ciò che è necessario sapere è che Newar è il padre di Amira ed è considerato un eroe dalla sua gente, un terrorista per gli israeliani. È detenuto, ma progetta di fare un figlio con l’inseminazione artificiale. Le cose sembrano filare lisce, ma il meccanismo si inceppa.
Il regista egiziano Mohamed Diab sceglie un dramma a tinte forti, diviso tra melodramma familiare e impegno civile, per questa sua trasversale narrazione di un conflitto infinito che tanto è esteso e ramificato da trovare in ogni storia che riguardi questa guerra, affrontata con il cinema, un nuovo profilo di narrazione, una nuova suggestione per estendere l’area dello scontro, radicalizzando le posizioni a dispetto di ogni ipotesi di pace, di accordo e di riconciliazione.
Amira è un film che apre un altro orizzonte e la doppia identità della sua protagonista diventa la manifestazione vivente delle eterne contraddizioni e delle contrapposizioni tra le due compagini. Amira è giovane, innamorata, passionale e con la sua caparbia volontà è capace di assorbire i drammi personali e collettivi di quei popoli. Amira rappresenta l’incrocio dei due mondi e la confusione che ne deriva. È in questa confusione di lingue e di riaffermazioni identitarie che i due popoli, divisi da credi religiosi e discutibili decisioni politiche, stabilizzano il conflitto redendolo endemico, perpetuandone le conseguenze. È la dualità insistita, di cui Amira rappresenta l’esempio vivente, lo scenario dentro il quale trovano posto due padri, due popoli, due nazioni e due possibilità, una di sopravvivenza e una che la nega. L’autore trova ancora un altro modo per raccontare gli effetti collaterali di una contrapposizione armata che dura da decenni. Diab sa offrire una lettura se si vuole originaria della guerra tra israeliani e palestinesi, pur caricando la giovane protagonista di una responsabilità che ne sopraffà l’esistenza, negandole il diritto al futuro.
Ancora una volta dagli autori di quelle aree geografiche arrivano suggestioni inattese e questa in particolare sembra ricostituire una genetica del conflitto, un dna inestirpabile per i due opposti fronti, riportando all’origine, alla genesi incerta della remota separazione. Diab prende spunto dalla cronaca e opta per la negazione di ogni possibile soluzione pacificatoria, con un finale inconciliabile con qualsiasi speranza facendo di Amira il film forse più profondamente pessimista sul futuro dei due popoli e su ogni sforzo per garantire la pace.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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