Annullato Papicha: l’algerina Mounia Meddour sfida la censura

È stato scelto a rappresentare l’Algeria tra i candidati stranieri agli Oscar 2020. Ma l’anteprima nazionale e l’uscita nelle sale del proprio paese sono state sospese all’ultimo momento.

Papicha nel gergo dei giovani algerini si usa per chiamare in modo dispregiativo una ragazza carina. Il termine indica quelle giovani donne che scontano la colpa di essere libere, e quindi sicuramente facili, troppo discinte, troppo disinibite, moderne e ingestibili “lolite”.
Che le parole, mai neutre e pesanti come macigni, siano importanti, come tuonava qualcuno, è certamente vero, ma è altrettanto vero che ci si può giocare infinitamente, è poi possibile decostruirle, riappropriarsene, persino.

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Ce lo ricorda la regista algerina Mounia Meddour, figlia del documentarista Azzedine Meddour, intitolando la sua opera prima proprio Papicha.

Scelto a rappresentare l’Algeria tra i candidati stranieri agli Oscar 2020, il film è stato presentato il 17 maggio allo scorso Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, mentre per le strade di Algeri giovani e giovanissimi manifestavano da mesi. Racconta la storia di Nedjma, una studentessa di francese e aspirante stilista, che con le sue amiche confeziona abiti da vendere di nascosto alle ragazze fashion nel bagno di una discoteca mentre l’Algeria dei primi anni Novanta è nel pieno della guerra civile. La città universitaria in cui è ambientata la vicenda diventa dunque lo specchio del paese, «una sorta di microcosmo della società algerina con i suoi ostacoli, le sue disillusioni e, paradossalmente, la sua gioia di vivere», con Nedjma a far d’alter ego alla regista che non ha mai nascosto l’evidente ispirazione biografica e il desiderio di fare i conti con un «lutto» tutto personale, causato da un passato prossimo tragico e violento di cui non si parla mai: «questo passaggio della storia algerina è stato raccontato molto poco: qualche serie lo ha affrontato, ma pochissimi film ne parlano, ancora più raro che siano raccontati dal punto di vista femminile. La protagonista è una ragazza che mette in atto una forma di resistenza durante la guerra civile, e penso che sia necessario riflettere su quegli eventi anche per trasmetterli alle generazioni più giovani, alle persone che oggi manifestano per le strade, in modo che non facciano gli stessi errori di allora», ha raccontato Meddour sulla Croisette.

Ogni papicha può divenire un’eroina, ogni ragazza alla moda una combattente, ed ecco che la via del glamour si fa inaspettato campo di battaglia, con i corpi e i vestiti come baluardo di una quotidiana resistenza al montare del sessismo e dell’estremismo religioso.

L’intento è «scrivere una storia dell’Algeria moderna, di un paese libero. Una storia di donne e di giovani», perché giovane è l’odierna rivoluzione del sorriso, come viene chiamata la contestazione, che da più di trentadue settimane riempie le piazze algerine.
Ma questo evidentemente non è piaciuto a qualcuno, che già aveva mal sopportato la provocazione dei giorni cannensi, quando le attrici e la regista avevano indossato spille con il motto dei manifestanti «Che se ne vadano tutti!». Davanti a un film «che parla di liberazione femminile», e per di più girato da una donna, come afferma il produttore Xavier Gens, lo spettro della censura si è destato.

Così, senza alcuna spiegazione, l’anteprima nazionale e l’uscita nelle sale algerine sono state sospese all’ultimo momento, contravvenendo di fatto al regolamento degli Oscar che prevede che un film per essere candidato deve avere almeno un passaggio tecnico nelle sale nazionali entro il 29 settembre. Chissà che l’Academy non faccia un’eccezione…
Per il momento il sogno americano del film – nelle sale francesi da ottobre e il prossimo anno in Italia con Teodora Film – è sospeso.

Ma Mounia Meddour non si è fatta intimidire, e intervistata il 30 settembre nella trasmissione 28’ Minutes dell’emittente francese Arte, ha affermato: «ciò che è assolutamente fantastico con questa gioventù algerina, è che ancora una volta i giovani hanno trovato delle soluzioni alternative per vedere il mio film, aggirando la censura. È la via della pirateria, dello streaming. In quanto regista non mi interessa della legalità, quel che importa è che il mio messaggio giunga al maggior numero possibile di persone, che le donne abbiano finalmente dei modelli in cui identificarsi, che i ragazzi trovino un’opera che parli loro».
Questo, forse in futuro, potrebbe diventare il nuovo significato di papicha in dialetto algerino.

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