Banshee, il serial su Sky Atlantic

Banshee è una piccola città con dei grandi segreti. Apparentemente amena e pigra, la ridente località della Pennsylvania potrebbe destare all’occhio di un turista di passaggio solo per il fatto di ospitare una storica comunità amish chiusa ancora nella propria bolla culturale senza tempo. Verrebbe giustamente da pensare di trovarsi dentro Il testimone, il capolavoro di Peter Weir con Harrison Ford. Eppure, sotto la maschera della tranquillità, quello che Banshee nasconde è un mondo perverso, fatto da spaccio di droga, da lotte criminali e dalle regole di Kai Proctor (Ulrich Thomsen, volto chiave del nuovo cinema danese), amish rinnegato che comanda e gestisce i suoi molteplici, illegali, piani. Un posto cosi esageratamente bipolare, non può che avere lo sceriffo che si merita. Lukas Hood (il duro Antony Star), uomo di legge con i suoi modi particolari di gestire l’emergenza crimine, infatti, non è altro che un ex carcerato che, sfruttando la morte accidentale del vero sceriffo, si è messo una divisa per recuperare la refurtiva del suo ultimo colpo, riconquistare la sua compagna e, fatto non secondario, scappare dalla sete di vendetta del crudele boss della mafia ucraina che vuole la sua testa (un inquietante Ben Cross). Comincia cosi, per il lupo vestito d'agnello, una serie d'avventure che non lo vedrà mai scostarsi, tra un furto e l'altro, dalla sua deviata, ma comunque coerente, moralità e diventare l'ultima ancora salvezza per una comunità.

 

 

Ideato dalla coppia di scrittori newyorkesi David Schickler e Jonathan Tropper (al loro esordio assoluto alla sceneggiatura) e “orchestrato” dalla mente creatività del produttore Alan Ball (già “padre” di True Blood e premio Oscar per lo script di American Beauty), Banshee è l’emblema di una certa televisione, estremamente commerciale, che entrando nel mondo della serialità televisiva non rinnega i propri elementi caratterizzanti. Il prodotto made in Cinemax (il canale che ha prodotto la serie) è, infatti, intriso di una dose esagerata di violenza, nudi integrali e sesso esplicito che ben indirizza verso un determinato pubblico (maschile, adulto e poco interessato a sviluppi psicologici o trame complicate). La spietata sincerità di Banshee, che, forse, nel contesto del panorama televisivo odierno, lo rende un lavoro orgogliosamente di serie B, è la chiave del suo successo. Banshee è un serial sanamente brutto, sporco e cattivo, dove s’indulge, quasi sempre con ricchezza di particolari, in scene sempre difficili da digerire (la rissa in carcere è uno dei tantissimi momenti in cui l’acceleratore viene premuto al massimo), ma dove, alla fine, tutto è retto dalla decisa e intelligente capacità di scrittura dei suoi due autori. Schickler e Tropper, non vogliono mettersi allo stesso livello dei primi della classe (The Wire o I Soprano per fare alcuni nomi) e auto-compiacersi, senza averne le capacità, in trame che si accartocciano su se stesse e in eccessivi e complicati sub plot, piuttosto puntano alla massima semplicità. A loro basta uno scorretto anti-eroe, sempre pronto a fare e a farsi del male e dialoghi immediati e rudi che funzionano alla grande (come degli Steven E. Souza e Shane Black, alle prime armi e senza grazia). Rifacendosi a un bagaglio action più legato a Chuck Norris o Steven Seagal (senza però alcun rating da rispettare) che a Stallone, gli autori inserisco la propria creatura nella scia di un determinato cinema di intrattenimento, e di divertimento, che pur gonfio di infantile primitività riconcilia.