Becoming, di Nadia Hallgren

In Becoming l’ex First Lady Michelle Obama si racconta mentre promuove il suo libro in giro per gli USA. Un viaggio per capire cosa non funzionò di quella Presidenza salutata come rivoluzionaria

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Fa davvero strano rivedere le immagini della prima elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti d’America.

Era il lontano novembre del 2008 e al grido di «Yes, We Can!» il primo afroamericano nella storia varcava la soglia della Casa Bianca per ricoprire l’incarico più ambito.
Sembra roba di un secolo fa. Ed in Becoming è la stessa Michelle Obama ad ammettere che, all’epoca dell’elezione di suo marito, l’ebrezza di una rivoluzione annunciata aveva portato a non pochi errori di valutazione: «Quando Obama fu eletto la prima volta, ciò provocò parecchia paura. Molti opinionisti avevano ingenuamente commentato l’elezione dicendo che l’America entrava definitivamente in un’era post-razziale, in cui non avrebbe più contato il colore della pelle delle persone».

A distanza di 12 anni, di fronte all’ennesimo caso di abuso della polizia nei confronti di una persona afroamericana, possiamo tranquillamente asserire che quelle valutazioni erano un tantino sballate.

Perché un’altra cosa che emerge sin da subito guardando Becoming è che spesso la Storia può fare anche dei passi indietro, rimettendo in discussione conquiste ottenute dopo anni ed anni di battaglie.
Verrebbe allora da chiedersi cosa sia davvero andato storto, quali errori sono stati commessi durante il doppio mandato di Barack Obama. E per l’ennesima volta ci sentiamo di ribadire che la risposta migliore a tutti questi interrogativi rimane l’imprescindibile Fahrenheit 11/9 di Michael Moore.
Insomma, la realtà è di gran lunga meno aulica rispetto a quanto raccontato dall’agiografia di Michelle Obama comparsa su Netflix qualche settimana fa.
Perché se l’America post-omicidio George Floyd si è risvegliata orfana di figure carismatiche in grado di condurre una battaglia urgente come quella di Blacklivesmatter, probabilmente riscoprire l’animo glam della ex First Lady servirà a ben poco (se non a capire meglio cosa non funzionò di quell’amministrazione).
Per continuare a giocare sul terreno dei documentari politici, provate a prendere Alla conquista del congresso, tutto incentrato sull’ascesa dell’astro progressista di Alexandra Ocasio-Cortez.
Confrontare quel documentario (e quel personaggio politico) con Becoming (e dunque Michelle Obama), significa ritrovarsi di nuovo a fare i conti con le due anime del Partito Democratico americano. Da una parte la sinistra sociale di Bernie Sanders, il civismo porta a porta, le raccolte firme organizzate nei quartieri dimenticati (volutamente?) dalla politica; dall’altra invece c’è la sinistra incarnata oggi da Joe Biden, l’ex braccio destro di Barack Obama divenuto il candidato democratico alle prossime Presidenziali dopo l’improvviso ritiro di Sanders dalle primarie.   

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Da una parte i palazzetti gremiti per la presentazione del libro di Michelle, dall’altra la grinta in da hood di chi vuole cambiare il sistema partendo dal basso e sa benissimo che sarà un’impresa tutt’altro che facile.
Ciò che resta dopo aver visto Becoming è il ritratto di una donna che ha comunque lottato per emanciparsi, facendosi largo in un mondo fatto di pregiudizi che intralciano l’ascensore sociale molto più di quanto noi, in Europa, possiamo immaginare.
Il problema è che la narrazione proposta continua a restare comodamente ancorata al modello ipercollaudato dell’american dream: nella vita sei ciò che scegli di diventare.
Un artifizio retorico che non potrà mai essere stemperato dalle musiche di Kendrick Lamar e Kamasi Washington in sottofondo. Perché in questo momento, lo abbiamo visto, l’America ha bisogno di tutt’altro. I sogni, per ora, sembrano tutti infranti. 

 

Titolo originale: id.
Regia: Nadia Hallgren
Interpreti: Barack Obama, Michelle Obama, Phoebe Robinson
Distribuzione: Netflix
Durata: 89′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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