Bergamo Film Meeting 32 – Incontro con Antonietta De Lillo

Antonietta De LilloLa regista napoletana Antonietta De Lillo ha incontrato il pubblico del 32esimo Bergamo Film Meeting che ha avuto la possibilità di assistere alla quasi totalità dei suoi lavori: cortometraggi, mediometraggi, videoracconti, documentari, film di finzione fino all'ultimo film – 'partecipato' – Il pranzo di Natale e a La pazza della porta accanto – Conversazione con Alda Merini, rielaborazione del precedente Ogni sedia ha il suo rumore

 

 

Come hai cominciato a fare la regista?

Ho iniziato per caso. Ero una ragazzina sensibile, incapace di proiettarmi in un futuro, non capivo bene cosa fare da grande. Mi sono fidanzata con un uomo che amava il cinema ma che gli sembrava una missione impossibile. Con lo spirito femminile l'ho spinto a iniziare. Da Napoli siamo andati a Roma. Lui è Giorgio Maglulo, con quale poi ci siamo persi di vista. E' stato quello che mi ha fatto incontrare la cosa più bella della mia vita, dopo le mie figlie.

 

 

Hai iniziato come operatrice. Stai preparando un film partecipato, hai fatto videoritratti. Cerchi una sperimentazione sempre nuova?

Non so se vi ricordate quella pubblicità in cui gli oggetti venivano smontati. Io devo conoscere tutto, la meccanica, non delego nessun altro. Devo capire la grammatica e capendola devo usarla con una certa audacia. Mi sento un artigiano, una che in maniera semplice sa raccontare le cose e allora mi metto lì a capire qual è la forma che può prendere il mio racconto. Così costruisco ritratti ecc. Mi sento un meccanico in questo senso.

 

 

Il resto di nienteIl resto di niente è tratto dal libro di Enzo Striano del 1986. Che vuol dire “il resto di niente”?

Non vuol dire niente se non il tutto che uno sente nell'orecchio. Il libro è stato un caso editoriale: per molti anni vendeva a Napoli ma fuori no. Poi nel 1999 l’ha comprato la Mondadori ed è diventato noto. A Napoli era un libro di culto perché racconta di una Rivoluzione fallita ma ancora molto sentita. La città  vive quel momento come una ferita ancora aperta. Il film non parla solo a Napoli ma a tutta Italia. Abbiamo sempre solo tentato le rivoluzioni, non le abbiamo mai fatte. Quando incontrai la vedova Striano e i figli – lui non ha goduto successo postumo -, le dissi che avrei stravolto il romanzo ma che sarei rimasta fedele allo spirito e al titolo. Cosa serve? Il resto di niente. Nel libro c’è la fragilità e il fallimento della rivoluzione ma anche la giustezza dell’atto. Mi è dispiaciuto poi non poterlo far vedere a Striano, mi sentivo debitrice di un grande racconto e sguardo. Ma l'ho fatto vedere a sua moglie e ai suoi figli. Pensavo sarebbero stati gelosi e invece no. Quando l'ha visto lei ha detto “non c'è niente che mi ha dato fastidio”. Per me è stato un onore e un piacere.

 

 

Come si procede quando già c'è un testo di partenza? Come ti sei mossa?

È abbastanza complesso prendere da un'altra opera e reinventarla rimanendo fedele allo sguardo. Io ammiro il personaggio di Eleonora e la amo. Mi piace anche il suo temperamento. E' una giacobina speciale, era l’unica donna ed era più grande degli altri, era portoghese anche se napoletana di adozione. Sono elementi che creano una prospettiva particolare ma equilibrata. Ero affascinata dalla visione di Striano ma me ne sono distaccata totalmente, il suo romanzo è molto canonico, dedica molto spazio alla storia, alla descrizione luoghi. Io ho tolto ciò è mi sono messa dentro l'animo di Eleonora. Volevo vivere nel presente, non preoccuparmi di raccontare la Storia ma lo spirito: cosa muove delle persone a seguire un'utopia. Muoversi per far realizzare un mondo migliore. Ho raccontato cosa muove le azioni più che le azioni stesse.

Ho fatto vedere film in un carcere minorile, mi avevano detto che era troppo sofisticato e che i ragazzi non l'avrebbero apprezzato, però io ho insistito per vedere quel film. L'hanno visto. Alla fine il commento di un ragazzo è stato: “Signò, ‘o film è brutto ma ‘a storia è bella”. Così ho capito che valeva la pena raccontare a tutti.

 

 

Il pranzo di NataleCi parli del ‘film partecipato’?

Ho ideata e inventato il progetto del film partecipato nel 2010. L’idea è che un lavoro individuale possa essere fatto e condiviso con altri registi. Io lancio un tema (per il prossimo, la cui lavorazione dura da tre anni, ho lanciato tema dell’amore), e invito altri filmakers a realizzare piccoli o lunghi corti con unico limite: raccontare la realtà, non la finzione. Questi lavori hanno una vita autonoma, possono partecipare a festival ecc ma sono tutelati dalla mia società Marechiaro. Poi si raccoglie tutto. Con altri critici vediamo materiale e alla fine si realizza un film di montaggio con tutti i frammenti. Ci tengo a questo progetto perchè la narrazione della nostra Italia negli ultimi anni è stata squilibrata. Ognuno ha raccontato quello che gli faceva piacere raccontare. Ma se tanti occhi guardano la stessa realtà e poi insieme si un racconto fatto da questi tanti occhi allora ci riprendiamo una narrazione più completa.

 

 

Ci parli del modo in cui utilizzi la macchina da presa?

La macchina è sempre mossa da una situazione sensibile. Nel momento in cui scelgi l'angolazione, che è una scelta fondamentale sennò poi ti trovi smarrito, se hai il sentimento di quello che devi raccontare sai naturalmente dove devi metterla. Se dico Eleonora sta aspettando la morte, capisco che sto dentro lei, so come costruire soggettività sui suoi ricordi. L'emozione ti dà l’angolazione e ti fa essere originale tuo malgrado, non ci pensi ma lo sei e basta.

 

 

La pazza della porta accantoCon La pazza della porta accanto hai riutilizzato il materiale del precedente Ogni sedia ha il suo rumore. Perchè ci sei tornata vent’anni dopo?

Ho ripreso il vecchio girato e ho costruito un nuovo lavoro su di lei. C'è la persistenza dell’emozione. Ero molto soddisfatta di quel lavoro ma dentro di me sapevo che non aveva restituito l'incontro che avevamo avuto. È stato difficilissimo prendere un appuntamento, aveva sempre qualcosa da fare (ad esempio diceva che doveva fare la spesa), ma quando poi siamo andati dopo due giorni ci ha detto 've ne andate?' 'Mi lasciate sola?'. Io non dimentico, le cose mi rimangono dentro. È difficile contenere tutto ma tutti dovremmo imparare a conservare la memoria che mi ha permesso di riaprire quel cassetto e ritoccare quel materiale come se non fosse mio. Il cinema è un atto di fede. Pensavo di trovare ragioni per mostrare al pubblico quella conversazione, era solo un ricordo ma poi ci sono riuscita. Sono stata contenta di quella buona memoria emotiva.

 

 

Al tempo dell’uscita del film I vesuviani del 1997 si guardava al cinema di Napoli e ai suoi autori come una nuova frontiera. E’ stato così? Cosa ne pensi oggi?

Il quel periodo era successo che tra colleghi riuscivamo a collaborare e ad avere un rapporto di solidarietà. Non è scontato per niente questo, c'era una scambio. Poi erano gli anni dell’inizio dei fenomeni mediatici: in quel caso si iniziò a parlare della “Scuola napoletana”. Ma no, non esisteva, c'erano solo persone con una città in comune che riuscivano a collaborare.

 

 

Sono poche le donne nel cinema in Italia, che saprebbero parlare meglio delle emozioni. Che consiglio ti senti di dare alle giovani autrici?

L'emozione non è patrimonio femminile. Un regista del cuore per eccellenza è Truffaut. Il sentimento è di entrambi in generi. Un consiglio che mi sento di dare ad entrambi in generi è che questo è un lavoro bellissimo ma è anche durissimo. Prima di arrivarci bisogna dimostrare a se stessi che si è disposti a fare questo percorso ad ostacoli.