#Berlinale2017 – Final Portrait. Incontro con Stanley Tucci e il cast

Stanley Tucci ha collezionato una vasta gamma di esperienze professionali nella settima arte. Non ultima la regia, con tre lungometraggi all’attivo compreso il nuovo film: Final Portrait, in concorso alla Berlinale 2017. La pellicola narra gli ultimi due anni di vista dello scultore, pittore e disegnatore svizzero Alberto Giacometti ed in particolare del suo rapporto con James Lord, il quale fu suo modello nella Parigi degl’anni 60. Una sceneggiatura non originale tratta dalle memorie proprio di quel Lord così rapito dalla personalità dell’artista. “Il processo creativo, che è alla base del libro, mi è sempre interessato molto. Fare un film è distante anni luce dall’ossessione per l’incompiutezza che infestava Giacometti. Esattamente come dal caos. Di fatto, un regista ha un programma, un budget e una scadenza da seguire. Credo che il lavoro di quest’artista sia antico e moderno al tempo stesso. Mi ha affascinato il suo modo di delineare lo spazio attorno e all’interno delle sue figure. Lo spazio è cruciale anche per un filmaker, positivo o negativo che sia. Il mio obiettivo era ricreare la modalità con cui le persone utilizzano lo spazio nelle proprie relazioni”.

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È trascorso parecchio da tempo dall’ultima regia di Tucci, all’incirca dieci anni: ”È stato un gran piacere tornare a girare, soprattutto per la compagnia. Di certo ho una comprensione migliore del gusto e del ritmo rispetto all’esordio. Mi piace fare delle prove, ma voglio anche che gli attori siano spontanei. Diciamo che ho accumulato giusto un po’ di esperienza in più”. Protagonista di Final Portait, Geoffrey Rush ha lavorato al personaggio per circa due anni grazie ad una serie di materiali e documenti dell’epoca, mentre le prove sul set sono durate solo una settimana. Il regista ha commentato la scelta di Rush e il motivo che lo ha dissuasso dal vestire lui stesso i panni dell’artista: “Geoffrey è pieno di humor proprio come Giacometti. Volevo concentrarmi sul film nella sua interezza”. A Tucci si aggiunge anche il co-protagonista Armie Hammer: “Recitare con Rush è stato come giocare a tennis con un avversario molto più forte di te. Dovevo solo sedere di fronte al mio idolo e imparare”.

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Final Portrait è un film ricco di angolazioni, primi e primissimi piani, insomma una vera e propria invasione, apparentemente, dello spazio fisico dei personaggi: “‘All’inizio si trattava di un film in bianco e nero, ma la distribuzione ne avrebbe risentito. Non volevo evidenziare il lato romantico di Parigi oppure cadere nella nostalgia per qualcosa di perduto. Volevo che sembrasse reale. Io e Roan Harris giravamo sempre con due telecamere insieme. Eravamo molto veloci, anche otto pagine di script alla volta. Mentre lo coloravamo, ci siamo resi conto che certe tonalità dovevano risaltare, come il rossetto di Clémence Poésy oppure il cappotto di Sylvie Testud”. Adattare un libro al linguaggio cinematografico non è affatto semplice, e Tucci sembra saperlo bene: “Ho preso la struttura e certi dialoghi dal libro, esattamente come sono. Però era necessario drammatizare certe scene altrimenti sarebbero stati novanta minuti di un uomo che ne dipinge un altro. Da qui, trasformare un litigio, come quello causato dal cappotto, in una vera e propria tragedia”.