#Berlinale68 – Eva, di Benoit Jacquot

Immaginiamo che l’ammiccamento sul “terzo grado” di lettura di un’opera, ovvero il ritorno circolare alla struttura basica dopo il salto concettuale dell’ironia sui cliché (che è chiaramente il secondo livello), di cui i personaggi parlano più volte, sia un tentativo di Jacquot e dei suoi sceneggiatori di svelare il meccanismo con cui hanno costruito questo adattamento contemporaneo del romanzo di James Hadley Chase del 1945, già portato sullo schermo da Joseph Losey con il “classico proibito” omonimo del 1962 (un paio di inside jokes qui sembrano proprio riferirsi a quella versione italo-francese con Jeanne Moreau e Virna Lisi). Tutto il film d’altra parte ruota intorno al plagio, al raddoppio delle situazioni e a far saltare il confine tra accadimenti reali e ricostruzioni di fantasia: siamo nelle zone del gioco perverso tra scrittori truffaldini che sperano di poter rubare l’idea per la prossima pièce di successo dalla vita delle persone che pedinano fino allo stalkeraggio, ma chi tira veramente le fila di questa partita di potere quando la protagonista – reale o inventata – è una mistress di periferia abituata a dominare i propri clienti e tutti gli altri aspetti della propria esistenza?


Eva e Bertrand si inseguono tra bistrot, gite al lago e in montagna, camere d’albergo e tavoli verdi di casino in un continuo ribaltamento di ruoli tra preda e cacciatore (chissà se invece il personaggio di Huppert si fosse limitata a puntare sui casino online con bonus di benvenuto, avremmo forse avuto un film più vicino all’unsane soderberghiano o a Profile…).
Jacquot tenta di giocare con inserti frammentari e fulmineii che spezzano la monotonia della narrazione confondendo le acque e le certezze dello spettatore, cesure improvvise e lunghe ellissi nella concatenazione degli eventi, ma è difficile tirare fuori qualcosa di nuovo o avvincente da un esperimento realizzato già così tante volte nel cinema che ragiona sulla creazione delle storie e degli inganni degli scrittori, e che in tempi recentissimi è stato rivistato quantomeno dal Polanski/Assayas di Based on a true story in maniera decisamente più conturbante e complessa (tra l’altro lo chalet che è una delle location fondamentali del film di Jacquot sembra quasi un rimando esplicito all’ultimo di Roman con Eva Green e Emmanuelle Seigner).

Al netto di qualsiasi risveglio anche minimamente hot nella messinscena innocuamente pruruginosa di Jacquot, non rimane allora che focalizzarsi sulle performance attoriali, come spesso accade con il cineasta: malauguratamente, Gaspard Ulliel non sembra mai davvero a proprio agio con il suo personaggio, faticando a porsi la sintonia con Caroline, la ragazza del protagonista incarnata da Julia Roy (attrice assai interessante già vista nel precedente di Jacquot, A jamais).
A discolpa dell’attore, bisogna anche iniziare a notare quanto diventi sempre più difficile per gli interpreti dividere la scena con Isabelle Hupper, progressivamente intenzionata a divorare qualsiasi set sul quale piombi con l’immancabile algido fascino affilatissimo e omicida: se i toni sono quelli che ognuno poteva aspettarsi dalla star, va annotato quantomeno il coraggio di affidarsi ad alcune inquadrature strettissime e non proprio generose sul volto sfatto “al naturale” della donna, in un paio di primi piani particolarmente spietati con il tempo impresso sui tratti dell’attrice francese.