#Berlinale69 – Dafne, di Federico Bondi

A oltre dieci anni di distanza da Mar nero, Federico Bondi realizza il suo secondo lungometraggio di finzione con Dafne. Anche se, come nel precedente film, i confini con l’approccio documentario, soprattutto nel modo di fimare i luoghi, sono molto sfumati. E al centro c’è ancora un personaggio femminile che deve ricominciare a vivere dopo un lutto. In Mar nero c’era un’anziana donna rimasta da poco vedova (interpretata da Ilaria Occhini, premiata a Locarno come miglior attrice), mentre in Dafne c’è una ragazza di circa 35 anni affetta dalla sindrome di Down che perde improvvisamente la madre (interpretata da Stefania Casini). Il tragico evento manda in frantumi gli equilibri familiari: il padre (Antonio Piovanelli) cade in depressione. Lei invece riesce a mantenere la consueta determinazione. Un viaggio insieme nei luoghi natii della madre porteranno Dafne e il padre a vedere il loro rapporto sotto una nuova luce.

Lo sguardo di Bondi sembra immedesimarsi totalmente con quello di Dafne. Quasi delle parziali soggettive sulla sua famiglia, il suo mondo del lavoro, le sue amicizie, il modo di guardare i luoghi. E a tratti, uscendo dalla sua figura, potrebbero esserci una sorta di documentario su Carolina Raspanti, la protagonista, che tra l’altro ha scritto anche i due romanzi autobiografici Questa è la mia vita e Incontrarsi e conoscersi: ecco il mondo di Carolina. Tra le altre cose lavora realmente all’Ipercoop. Come il suo personaggio.

Non sembra quindi esserci scissione tra Carolina e Dafne. Un merito ma anche un limite. Perché il film appare disequilibrato proprio perché la protagonista sembra imporre alcuni dialoghi (“La’acqua che scorre mi rilassa, te per nulla”), parla di Dio e bellezza, fa la morale al padre su vino e sigarette. Non si sa dove finisce Carolina e dove comincia Dafne. Troppe parole sono nella sua bocca. Quando invece la mano di Bondi è più felice nel filmare i silenzi tra i due protagonisti, il paesaggio, il rumore della pioggia che cade.

Si sente nella costruzione della narrazione che tutto passa attraverso di lei. Del resto è la protagonista del titoolo. Ma a tratti si mangia alcune scene potenzialmente affascinanti, come quella del passaggio della guardia forestale. E i frammenti ‘alla Olmi’. Con Antonio Piovanelli che sembra arrivare da lì anche se non ci ha mai lavorato; alle spalle invece per l’attore ci sono collaborazioni con Bellocchio e Bertolucci. Forse la sua vita è entrata troppo. O troppo poco. Perché la mano di Bondi – ottimo documentarista e tra i suoi lavori c’è anche l’ottimo Educazione affettiva – in Dafne si ha l’impressione di vederla solo a intermittenza.