#Berlinale69 – Light of My Life, di Casey Affleck

La storia di Rag (Anna Pniowsky) e di suo padre (Casey Affleck) inizia con il racconto di due volpi immaginarie, la femmina Goldie e il maschio Art, protagonisti di una storia inventata per Rag prima di andare a dormire. Alla fine del racconto, stretti nella tenda Rag dice al padre: “Doveva essere la storia di Goldie, invece è diventata la storia di Art.

Il padre e la figlia attraversano il bosco ogni giorno, dormono nei sacchi a pelo con qualche coperta e quel poco che gli basta per sopravvivere. Ma per sopravvivere a cosa? Casey Affleck, al suo secondo lungometraggio, cambia completamente rotta dopo il suo I’m Still Here e scrive, dirige e interpreta Light of My Life, uno sci-fiction apocalittico ambientato principalmente nei boschi piovosi e innevati. Un virus sconosciuto attacca solo le donne; sulla terra ne sono rimaste pochissime e quelle rimaste vivono nascondendosi dagli uomini, da cui sono considerate un costante pericolo. Il mondo è andato nella direzione più sbagliata, violenza e razzismo dilagano con molta più facilità. Il cielo è grigio, l’aria è sempre sporca e gelida. La terra non è più un posto accogliente, mancano le figure femminili, create per accogliere. Dopo la morte della madre (Elisabeth Moss presente solo come luminoso ricordo) il padre di Rag passa la sua vita a proteggere la figlia, nascondendola e a camuffandola da maschio.Alla conferenza stampa della Berlinale l’attore americano ha citato fra le sue fonti di ispirazione la prima stagione di True Detective, dove la natura restituita da Pizzolatto era un’entità immensa, cieca e sovrana, incurante degli esseri umani che la abitano e che contano, di fronte al suo andamento, poco che niente. Anche qui gli spazi sono ampi, la natura è una spettatrice dura e silenziosa.

Doveva essere la storia di Goldie invece è diventata la storia di Art”. Prima o poi riusciremo a sentire la versione di Goldie? Nel mondo immaginato in Light of My Life,  che ne sarà del punto di vistafemminile?  Forse il succo della storia di Affleck è proprio quello di un ribaltamento del genere “forte”, una sorta di giustizia sociale che si compie quando le donne, costrette alla sopravvivenza, diventano ogni giorno, generazione dopo generazione, sempre più forti. 

L’attore americano mantiene costantemente l’obiettivo lontano dal pericolo imminente, tanto che gli uomini “cacciatori” compaiono pochissime volte. Affleck conosce bene i canoni del genere e tenta, non riuscendo fino in fondo, di rispettarli tutti: sa bene che è necessario avvertire il pericolo negli oggetti del quotidiano, sentire la tensione che sale senza avvertirne la fonte diretta. Il mondo deve essere identico a sempre eppure anche completamente diverso. Oltre agli ampi spazi, tutto il film è principalmente un dialogo, dialogo che serve per insegnare alla figlia, per tramandare, per far si che non dimentichi… Insomma in Light of My Life non manca niente, ma qualcosa  non va. Proprio quando l’attore americano si immette in una via narrativa sicura, in una  delle strutture classiche del cinema americano, perde la sua sicurezza. Il risultato è un film in fin dei conti poco incisivo, privo di quella forza folle che smuoveva I’m Still Here.