BFM37 – L’Inghilterra è anche questa qui

C’era da aspettarselo. Prima o poi quel pugno allo stomaco che è la serie di fotografie intitolata Ray’s Laugh di Richard Billingham sarebbe diventata un film. Così il noto fotografo di Birmingham, diventato celebre per aver immortalato negli anni la cruda convivenza familiare con due genitori alcolizzati nell’epoca buia del tatcherismo, decide che quel suo personalissimo «squallido realismo» doveva riprendere forma e vita. Quasi che il rivedere in carne ed ossa le fattezze di un’adolescenza all’insegna del dolore, dell’estrema povertà nella periferia inglese, potesse essere una sorta di percorso psicoanalitico per sputare via tutto quel marcio che ancora era rimasto dentro. Nonostante il successo. Nonostante tutto. «Magari se sono io a dirigere la storia, stavolta qualcosa andrà diversamente» avrà pensato Billingham. Ed invece no. Troppa ancora l’urgenza di restituire in maniera fotografica, di raccontare il reale sotto un’ottica che sia prima di tutto obbiettiva.

La sensazione che resta dopo aver visto Ray & Liz al Bergamo Film Meeting è di aver vissuto davvero per un paio d’ore nella casa popolare assegnata ai Billingham nel cuore della Middle England. Il confronto tra quelle sequenze e le immagini comparse alla Tate ed al Victoria & Albert Museum restituiscono infatti una atmosfera, uno spazio e delle rievocazioni che sembrano essere riesumate dal 2D della carta per essere rimodellate alla perfezione su pellicola. Identici la moquette e la carta da parati del salotto, impressionante il lavoro di mimesi che dà afflato agli attori principali.

Ray e Liz, madre e padre, consumano il proprio vivere imprigionati in una ritualità fatta di superalcolici, sigarette e puzzle da comporre. Che poi quei maledetti pezzi da comporre non tornano mai, e tutto sembra diventare una metafora del malessere che i due provano per essere stati scaricati dal walfare state. Billingham figlio allora non aggiunge altro al suo «quadretto» familiare. Non serve nemmeno più denunciare. Il suo racconto mescola il cinema di Ken Loach a quello più punk di Shane Meadows, tutto racchiuso in una aspect ratio stretta come una polaroid. Per quanto sia feroce, Ray & Liz è pur sempre un album dei ricordi che lega il regista alla propria infanzia. E non c’è damnatio memoriae che tenga, l’Inghilterra è questa qui. Sporca, alterata, Brummie.

C’è un altro film in concorso al Bergamo Film Meeting che si prende l’onere di rappresentare la faccia più dura del Regno Unito ed è Obey di Jamie James.

Leon è un ragazzo di colore che fa boxe e convive con una madre dipendente (anche lei!) dalla vodka. I due vivono ad Hackney, quartiere multietnico nell’East End dove nel 2011 ci furono dei movimenti di sommossa per protestare contro l’uccisione di Mark Duggan, di etnia nera, in una sparatoria con la polizia.

Obey riprende questo background per raccontare la vita di un ragazzo che non ha alcun punto di riferimento per crescere. Non va a scuola e l’unica vera famiglia che si ritrova è la gang con cui commette piccoli crimini in giro per il quartiere. Jamie James dopo alcuni cortometraggi come The Nest, Born Into This e Capital, approda al formato lungo per raccontare di nuovo una Londra in cui lo skyline della city è qualcosa di lontano, che al massimo può fare ombra a dei personaggi abituati a vivere su ben altre scale di valori rispetto ai lussi concessi dall’alta finanza.
Entrare nell’East End seguendo il filo rosso della Tube significa varcare il Rubicone, passare dalla scintillante e paillettata Liverpool Street ai vicoli postindustriali di Shoredicht. Due Bergamo Film Meetingcittà parallele convivono e si mal sopportano, cercano di restare in equilibrio su una stessa placca pronta ad essere shakerata da qualche scossa tellurica. Poi il tanto invocato Big One arriva e sconvolge per sempre la morfologia del paesaggio, distrugge senza rimorsi l’apparente coesione che cementificava bianchi e neri, inglesi e caucasici.

Non per caso molti credono che il dramma Brexit si era annunciato già con quel clima di guerriglia respirato nel 2011. Ed è per questo che Obey vede la luce proprio adesso, nel momento in cui i sudditi di sua Maestà sono ad un passo dal definitivo Leave.
Jones mette a fuoco una storia che in apparenza è simbolo di una blackness intesa come fenomeno universale. Quella dei quartieri metropolitani da Harlem alle Banlieue in un viaggio USA-Europa di andata e ritorno. Obey allora è lo scalo londinese, è l’opera d’esordio di un regista che racconta gli scontri con un’opera che tanto ricorda Il coraggio delle verità di Tillman Jr.

A differenza di quel caso però in Obey  si perde ogni tipo di speranza nei confronti del futuro; la stessa necessità di «ricordare le proprie radici (nere ndr.)» non è il motore per conquistare diritti ed eguaglianza sociale, quanto piuttosto una carnale ed istintuale battaglia per la sopravvivenza.

Leon sembra avere un futuro già scritto a chiare lettere. Cerca una redenzione ma i muri d’indifferenza sono troppo alti e la città ha in testa un solo mantra: produrre, produrre, produrre.
In un tritacarne come questo obbedire diventa l’unica regola. E poco importa se certi caratteri messi in scena da Obey sembrano essere dei cliché (i neri che bevono e commettono crimini. I bianchi hipster che vivono sulle case galleggianti del Regent’s Canal), l’Inghilterra è anche questa qui. Sporca, alterata, cockney.