Bif&st 2012 – "Ho visto cose", di Chiara Pacilli e Maurizio Tedesco/"I morti di Alos" di Daniele Atzeni (Documentari in concorso)

Ho visto coseHo visto cose che voi umani…Così recitava il monologo iniziale di Blade Runner. Nel documentario di Chiara Pacilli e Maurizio Tedesco, però, non ci sono replicanti né realtà futuristiche, bensì una città dalle antiche radici e forti tradizioni esoteriche come Torino e un uomo che questa città l'ha a lungo abitata e ancora vi aleggia come Gustavo Rol, probabilmente uno dei nomi più noti nel campo dell'occulto, una figura ancora circondata da tanti misteri. Pacilli e Tedesco costruiscono il loro documentario ricorrendo a linguaggi diversi, mescolando una storia di finzione, che ha per protagonista Carolina Crescentini, a Torino per lavoro, e le testimonianze di esperti nel campo e torinesi doc, tra cui David “Bootsa” Dileo dei Subsonica, che ci narrano la loro Torino. Il volto che ci viene rivelato di questa città è il profilo meno conosciuto, quello più in ombra: seppur mostrando alcune location più prettamente da cartolina, Pacilli e Tedesco riescono a far emergere anche i lati meno noti del capoluogo piemontese, quei particolari che sfuggono all'occhio del turista, soprattutto nelle riprese notturne, che più contribuiscono a creare quell'atmosfera di mistero, corroborata dalle interviste in cui si parla di sette, massoni e UFO.

Così come si disegna un ritratto della città, il film tratteggia anche la figura di Rol, personaggio vicinissimo a Fellini, e non solo. Tuttavia, di Rol si parla a grandi linee, si crea una sorta di schizzo che ci mostra la sua essenza, pur rimanendo del tutto fuggevole, intangibile, quasi fosse un trucco di magia in cui il mago scompare dal palco o uno spettacolare film di Melies. Non a caso, visto il forte legame tra il cinema delle origini e l'ombra della Mole. Più che Ho visto cose, allora, Ho percepito cose perché è soltanto attraverso le sensazioni che il film si riesce davvero a vedere. Ma Ho visto cose non si schiera dalla parte dell'esoterico, non vuole farci credere per forza a ciò che non si vede, bensì lascia ampio spazio allo scetticismo e ai dubbi che potrebbero sorgere dalla visione, adottando un tono leggero e a tratti scherzoso, che riesce quasi a farci accettare ciò che ha dell'incredibile.
 
I morti di AlosBen diverso è I morti di Alos, breve mockumentary di mezz'ora di Daniele Atzeni. Se il film di Pacilli e Tedesco trattava dell'occulto con una certa leggerezza, qua si parla di fatti (ir)reali ben drammatici, ma è inevitabile non percepire un certo legame con l'invisibile sin dai primi spettrali fotogrammi. Le rovine delle case, la macchina da presa che attraversa luoghi un tempo abitati e che ora hanno come sola ospite la nebbia delle colline. Quello che un tempo era un vivace paese, ora è un vero e proprio villaggio di fantasmi. Alos è, o meglio dovrebbe essere, un paesino della Sardegna tipicamente dedito alla pastorizia fino agli anni '50, come ci dice la voce narrante, l'unico sopravvissuto alla tragedia che ci sta per raccontare. Ma il boom economico è arrivato anche in questi luoghi remoti, dapprima con una fabbrica e poi con il centro commerciale, le macchina, la lavatrice. Quello che ci viene raccontato non è solo il resoconto dell'incidente che, a causa di una nube tossica proveniente dalla fabbrica, ha ucciso tutti, bensì la storia di uno scontro di civiltà, una società tradizionale, ancorata a vecchi credo e rituali quotidiani che si batte contro la società industriale, che porta i pastori ad abbandonare il gregge per cercare lavoro e denaro in fabbrica. È, in definitiva, la morte di un tempo scandito dalle stagioni, dalle feste popolari come il Carnevale, da veri e propri riti, sostituito dal tempo scandito dalla sirena della fabbrica e da quello della programmazione televisiva.

Atzeni riesce attraverso le immagini a narrare questo evento ancora più drammatico dell'incidente in sé, andando a recuperare vecchi filmati di repertorio, anch'esse fantasmi di qualcosa che non c'è più. Ma, in fondo, come pure ci sembrava dire Ho visto cose, l'immagine cinematografica è di per sé fantasmatica. Se il presente ci mostra solo rovine, i volti coperti da maschere dei filmati ci ricordano di un è stato, che continua a perpetuarsi proprio attraverso il cinema e che ancora si fa sentire con tutta la sua forza. Oppure, come in questo caso, di un qualcosa che avrebbe dovuto essere, ma che, in realtà, è solo finzione. Eppure la finzione ci sembra essere più forte del reale.