Blog NET NEUTRALITY – Il telescopio Webb e le immagini senza immagini

Il James Webb Space Telescope si è aperto come un fiore nello spazio e oltre le immagini ci ha regalato gli spettri, la dispersione della luce e rivoluzionato il nostro immaginario… probabilmente

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Dopo tanti rinvii, attesa da circa trenta anni, il giorno di Natale 2021 è avvenuta la tanto sospirata partenza. Il James Webb Space Telescope è stato lanciato in orbita solare dallo spazioporto di Arianespace a Kourou, nella Guyana Francese con un razzo Ariane 5. Questo grande centro di lancio si trova al confine nordorientale della foresta pluviale amazzonica. Alcune parti dello spazioporto sono così remote che non è raro avvistare qualche giaguaro che girovaga per le strade vuote. All’interno degli alti edifici cavernosi in cui vengono assemblati i razzi, i canti degli uccelli tropicali sovrastano spesso i rumori meccanici dell’uomo che prepara le sue macchine per l’esplorazione dello spazio. E già siamo nello spazio…

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A differenza del telescopio spaziale Hubble, non orbita intorno alla Terra, ma a 1,5 milioni di chilometri da noi, per poter lavorare nell’infrarosso e tenere gli strumenti sempre orientati in direzione opposta al Sole, alla Luna e alla Terra, sorgenti di radiazione infrarossa. Da questa posizione, grazie alle sue enormi potenzialità, il JWST è in grado di rivoluzionare moltissimi settori dell’astrofisica, come spiega perfettamente la scienziata Patrizia Caraveo, autrice del saggio “Sidereus Nuncius 2.0, i messaggeri celesti della nuova astronomia” (Mondadori Università 2021). La prima immagine, di qualche giorno fa, è stata quella dell’ammasso di galassie Smacs 0723, e a svelarla è stato il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in persona. Poi sono arrivate le altre. Sono le prime fotografie scattate dal James Webb Telescope, il telescopio spaziale lanciato dalla NASA in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (ESA) e con quella canadese (CSA). E mostrano scene dell’universo nell’infrarosso a una risoluzione mai così elevata, tanto che molti già parlano di una nuova era dell’astronomia: è davvero così? Per adesso l’effetto causato da queste foto è certamente una sincope per immagini senza immagini, ciò che vediamo non c’è più, c’era soltanto miliardi di anni fa. Ammasso di galassia, piccola porzione del cielo, la luce di questa o quella galassia ci arriva come era partita, non possiamo sapere come sono adesso. Si vede anche al di là dell’ammasso, sfruttando l’ammasso, appunto, come lente gravitazionale, da rendere più brillanti le galassie che sono alle spalle. Il bicchiere a calice su una lampadina, ecco l’effetto da sperimentare a casa. Quelle immagini sono deformate, stiracchiate, perché la luce non va dritta in presenza di un campo gravitazionale presente fra noi e una galassia. La luce quindi viene magnificata, aumentata di partenza per andare oltre.

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Il telescopio Webb si è aperto come un fiore nello spazio e oltre le immagini ci ha regalato gli spettri, la dispersione della luce, tipo codici a barre dei corpi celesti che aiutano a capire la composizione chimica. Poi c’è da calibrare le immagini, cioè capire quanta energia si accumula nei fotoni provenienti dalle sorgenti di luce. Le immagini non bastano più, bisogna conoscere anche le proprietà fisiche dei corpi celesti, la loro età, la forma, ecc… l’immaginario collettivo potrebbe essere stravolto, o quantomeno aggiornato, il potere del telescopio Webb sull’opera d’arte per eccezione, quale l’universo, non è al momento quantificabile. Anche se in fondo ci si chiede se queste stesse immagini, che stanno suscitando tanto fermento e stupore, sono reali, o ancora una volta rese disponibili alla nostra mortale e limitata vista, da accurate e avveniristiche elaborazioni digitali. In realtà, in questa epocale conquista scientifica, non manca il pionieristico apporto italiano, risalente al 1966 quando l’astronomo triestino, di ruolo all’Università di Bologna, Guido Horn d’Arturo, inventò gli specchi a tasselli, perché già allora si rese conto dell’impossibilità di ottenere immagini meglio definite dentro l’atmosfera e di dover quindi portare i mezzi ottici fuori dall’atmosfera.

Sarà questa la nuova frontiera delle immagini? Magari già ci siamo dentro. Non proprio dentro, perché si tratta di un concetto che presume anche un limite, un confine esterno. Il confine non è più il limite esterno di un corpo, ma il limite interno che mette in connessione le parti indefinite ed infinite di contenuti. Ecco perché siamo dinanzi ad immagini senza immagini catturate dal telescopio Webb: verso l’infinito e oltre, sono le immagini in realtà a catturare Webb e ci mostrano (in)definitivamente il sorprendente parallelismo fra le sfere della natura viva e quella della tecnologia. La condizione di immagine senza immagine non è nuova, ma il telescopio Webb l’ha resa ancora una volta determinante, rimettendoci di fronte all’annoso quesito, se venga prima l’immagine o il meccanismo per farla. Ci pare che l’immagine non sia pretestuosa, benché mostri un corpo di miliardi di anni fa e non perda neanche per un attimo eterno la circolare potenza di condizionare il rapporto fra vita e non-vita. Manca però l’ascolto, manca l’estrazione del suono dal rumore, manca la musica dell’universo, perché lo spazio non è solo luci e ombre. Ma questa è un’altra storia, magari da connettere e far confluire per il prossimo futuro nell’occhio più profondo del mondo, attraverso tre interferometri, uno di questi presente nelle campagne pisane, Virgo, con due braccia lunghe tre chilometri pronte ad abbracciare le onde del destino.

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