Blog NET NEUTRALITY – Peter Brook, lo spazio si svuota

A 97 anni, l’autore londinese, consacratosi definitivamente a Parigi tra gli anni 50 e 60, lascia un vuoto probabilmente incolmabile

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Riprendendo uno dei testi fondamentali di teoria teatrale, “Lo spazio vuoto”, non c’è dubbio che quello stesso spazio vuoto da oggi probabilmente si svuota, si svuota perché a riempirlo, o meglio, a liberalizzarlo, scorporarlo di orpelli superflui non ci sarà più Peter Brook. A 97 anni, l’autore londinese, consacratosi definitivamente a Parigi tra gli anni 50 e 60, lascia un vuoto incolmabile, perché con Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba, tra gli altri, ha rappresentato il teatro del secondo Novecento, è stato la pietra miliare dell’avanguardia. Al diavolo i capolavori, il teatro si concepisce in forma di vita con maggiore intensità. Quasi ineguagliabile nella pratica scenica e approccio teorico. Il teatro come vita, lo spazio va riempito perché qualunque spazio si può considerare teatro. Allora sale l’appello contro il “teatro mortale”, il teatro della noia, di puro intrattenimento, quello borghese, per intenderci. Il teatro mortale è noia, soltanto nel teatro invece si può ritrovare la radice profonda dell’umanità, le storie più ardite, attraversando le svariate tradizioni, come quella indiana, quella africana, verso le quali l’autore è debitore in particolare. In teatro comunque bisogna ritrovare insieme l’essenzialità, la traccia più profonda di tutte le storie per far diventare appunto il teatro un luogo in cui raccogliersi in grande semplicità, inseguendo un pensiero. Un’idea multiculturale, un’idea di spazio che si trasforma semplicemente grazie ai corpi degli attori. Lo spazio da colmare è un tappeto poggiato a terra, un cerchio disegnato con un pezzo di gesso. Qui si fa teatro. Tutti gli apparati convenzionali saltano. Ne “La Tempesta” del nume tutelare Shakespeare, gli spettatori entravano in un luogo qualunque, a Roma si tenne in un garage. Con una canna indiana si simulava il rumore della tempesta, un vascello indicava la lontananza, la distanza. C’era solo la forza del racconto, sedendosi a terra, stando intorno agli attori, già negli anni 60. Amleto era un ragazzo giamaicano con i capelli rasta, Ofelia una danzatrice indiana: tutto questo passava senza disturbi perché il racconto prendeva il sopravvento, l’essenzialità dominava. Al Pacino stesso chiedeva direttamente a Peter Brook, in una scena del film, come girare Riccardo III. Prospero intanto alla fine deponeva le armi della magia, emblematico canto del cigno. Ma gli autori di oggi sono consapevoli fino in fondo quanto sia massiccia l’influenza di questo gigante? Nei suoi occhi azzurri ci si tuffava alla ricerca della spiritualità senza enfasi, ma sempre al centro delle sue rappresentazioni. Quando dal tramonto all’alba del giorno dopo si è assistito per la prima volta a Mahabharata al Festival di Avignone nel 1985, uno dei suoi capolavori, si chiedeva agli spettatori di vivere, interrogarsi, mettersi alla prova, accettare un rito che rompesse le regole della quotidianità. Opera epica indù della durata di 9 ore, in tour per quattro anni in tutto il mondo, seguita anche dalla versione cinematografica e da una serie Tv, in cui figura l’attore Vittorio Mezzogiorno. Ecco, ogni tanto appare anche il cinema, o quantomeno la sua essenza. Circa dieci pellicole, collaborando soprattutto con Jean-Claude Carrière, ispirandosi a opere di Marguerite Duras (Moderato cantabile, del 1959, con Jeanne Moreau e Jean Paul Belmondo), William Golding (Il signore delle mosche, del 1963), Georges Gurdieff, altro autore fondamentale per fonte di ispirazione. Poi rielaborando esperienze teatrali sul grande schermo da opere di Shakespeare, Weiss, John Gay, Bizet, Mérimée. Il teatro però è lo specchio della vita, ma nello specchio la vita è continuamente in movimento, appunto… la verità teatrale non è sulla scena, non è nel pubblico, è proprio in quel movimento fra la scena e il pubblico, in una sorta di semiosfera lotmaniana, in cui si inglobano i segnali dei satelliti come i versi dei poeti e le grida dell’umanità. Non è una metafora tutto ciò, bensì realtà. All’Opera ha fatto i conti con il “Don Giovanni”, tra le opere più complesse in assoluto e soprattutto carica di notevoli stratificazioni interpretative. Anche in questo caso il miracolo è compiuto, Peter Brook, persegue e trova l’essenziale, con semplici costumi, un palcoscenico praticamente vuoto, solo delle panche. Il commentatore ucciso da Don Giovanni all’inizio, come potrebbe abbandonare la scena? Lo fa semplicemente alzandosi sulle proprie gambe, dopo essere morto, e sparendo sul fondo del palcoscenico. E come avrebbe potuto ricomparire da morto? Semplice, riapparendo dallo stesso punto da cui era scomparso, con il viso stavolta un po’ più pallido per rendere meglio l’idea di un corpo trapassato. Allora qui siamo nel mondo della riforma del linguaggio scenico, al tempo stesso dell’impoverimento del decoro puramente visivo e dell’arricchimento all’ennesima potenza di umanità, di poesia. Ritorna il lavoro sull’attore, ritorna il teatro umano e politico, con un trasporto necessario e sentito verso i giovani, le nuove generazioni, nell’auspicio che la collettività creativa si ritrovi sempre più motivata e combattiva di prima. Lo spazio vuoto apparentemente si svuota senza Peter Brook, ma se queste nuove generazioni di autori continueranno a lavorare con e attraverso gli attori, quello stesso spazio si aprirà ancora una volta, esprimerà sempre più libertà. La ricerca non passerà dalle convenzioni ma dal cuore dello spettatore, legandosi ad un’etica, trasmettendo valori profondi. E si guarderà ancora e sempre più a fondo delle cose. Proprio quando tutto è perduto, o sembra, trovare forza in “La qualità del perdono”, altro testo debordante, partendo ancora dalle opere di Shakespeare, illuminante su ogni impulso o sentimento per cui riuscire a perdonare trascende e vivifica ogni nostra possibilità di comprensione.

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