Bog STORY – Checco Zalone e le zeppole di San Giuseppe

Vedrò il film di Checco Zalone. Attendo solo fino a lunedì prossimo, quando potrò far valere la mia tessera che, in un cinema, mi permette d’entrare a prezzo ridotto.

Ma dico questo non per voler sottrarre meriti a Zalone e al suo film. Solo che m’è presa questa fissa dei film “a peso” nel senso che mi piacerebbe poter pagare, per andare a cinema, in modo diversificato, secondo alcuni parametri più o meno oggettivi – immagino di dover demandare a qualcuno questa definizione di “peso ponderale di ogni film”. In alternativa, per evitare tale delega, potrebbe essere un’opzione quella di avere l’opportunità di patteggiare con l’esercente al quale proporre di versare un acconto sul biglietto da saldare al secondo visionamento… Questa mia necessità nasce dall’esperienza con i film di Zalone appunto: all’uscita dal cinema, dopo aver visto Sole a catinelle, m’ero convinto d’aver assistito al miglior film italiano dell’anno. Per tale motivo sono tornato a vederlo tirandomi dietro un amico – proprio perché mi portavo dentro quest’idea che fosse un capolavoro.

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Solo che, con l’avanzare delle scene, con il moltiplicarsi delle battute, io cadevo progressivamente, durante il visionamento questa volta condiviso, in una forma d’imbarazzo che diventava, man mano che la storia andava avanti, vera e propria vergogna perché stavo lì a ripetermi: ma come ho potuto ridere a simili battute? Tant’è che il mio amico non rideva affatto e neanche a me veniva da ridere.

Evidentemente, almeno per quel che mi riguarda, ho bisogno di questa seconda visione per analizzare un film comico, per individuare quali sono gli ingredienti necessari a farti emozionare e a farti ridere anche dopo la ventesima volta che sei lì a godertelo…

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Fatto sta che tutta la diatriba che c’è stata su Quo vado? m’è sembrata, comunque, futile, insostenibile, ingiustificata. Perché il film di Zalone, al cinema italiano, non mette e non toglie nulla. E’ una simpatica operazione commerciale che testimonia, semmai, quello che è l’asfittico mercato cinematografico nazionale che, nonostante qualche Oscar, continua a non dire nulla al di là delle quattro mura domestiche della nostra realtà interna (come parametro possiamo prendere alcuni importanti premi internazionali che continuiamo a non vincere).

Solo raramente le nostre proposte, i nostri racconti, riescono a fondere dinamiche di mercato e forza creativa e, anche quando ciò accade, siamo portatori sani più di contenitori vuoti e ripetitivi che veri artigiani del sapere e del piacere estetico.

Tanto per fare un esempio, abbiamo fatto bene con Gomorra-la serie anche se abbiamo svuotato il racconto delle forza dirompente e antinarrativa che era propria del film. Ci siamo rifugiati, anche in quel caso, in facili formule aritmetiche sulla struttura narrativa rendendo eroi dei cialtroni solo perché avevano a che fare con furfanti peggiori – è una tecnica che gli americani hanno praticato per un bel po’ (ma esempi del genere, intendiamoci, fanno parte della storia della letteratura internazionale da sempre).

Così accade che ciò che produciamo è sempre un tantino indietro a ciò che viene fatto altrove. Siamo diventati una retroguardia che ha perso generi di riferimento e voglia di sperimentare.

Qui vale la pena di arrendersi al “piove governo ladro”. Perché, effettivamente, quello che resta evidente è proprio questa incapacità o non volontà di gestire un bene – quello dell’arte e della cultura – che l’Italia possiede in quantità spaventosa…

Istintivamente viene voglia di allargare il discorso al modo in cui chi ci governa tratta la scuola. E l’Università. E i musei e i siti archeologici… Inutile andare avanti anche perché queste cose sono sotto gli occhi di tutti e restano realtà banale con la quale ci confrontiamo quotidianamente.

Per cui capisco bene come alcuni brillanti produttori esecutivi nostrani debbano arrendersi ad una situazione – quella del cinema – che vede in Zalone l’obiettivo massimo – quello onorevole d’incassare 70 milioni di euro – fermo restando che, al di fuori dell’Italia, sono curioso di sapere chi se lo andrà a vedere.

Il che significa che, se dobbiamo continuare a mirare al solo mercato interno, allora non è possibile immaginare altro che un affossamento progressivo e irreversibile di un’arte che non merita strategie commerciali sane, con un pubblico abituato a consumare solo certi prodotti (e, ripeto, non ho nulla contro i McDonald’s culturali: li frequento anch’io anche se, poi, preferisco altri gusti, altre pietanze).

Se è vero che la nostra industria cinematografica, in tale situazione, riesce a pareggiare i conti, allora rischiamo di doverci accontentare di questa situazione di sudditanza, ammettere – finalmente – che l’epoca dei registi-autori (come genere a se stante) è finita e sperare che le nuove generazioni siano capaci di modificare l’andamento lento delle nostre produzioni, rubando magari strategie produttive e idee aggressive da altre cinematografie che, attualmente, da est a ovest e da sud a nord, fanno vibrare il mondo con storie capaci di sconvolgerci, di farci innamorare, di renderci partecipi d’un universo sensuale che solo l’intreccio tra narrazione e vita vissuta può dare.