CANNES 61 – "Blindness", di Fernando Meireilles (Concorso)

blindnessÈ già da qualche anno che il Festival di Cannes parte in sordina. Nel 2006 la manifestazione si aprì con Il codice Da Vinci, uno dei film meno ispirati di un grande cineasta come Ron Howard e anche l’anno scorso Wong Kar-wai con Un bacio romantico aveva destato più di una perplessità. Per questo appare abbastanza sorprendente che  in un programma sulla carta così ricco, il film di apertura sia questo Blindness, realizzato dal brasiliano Fernando Meirelles, una sorta di narcisista della messinscena del quale, anche nei precedenti lungometraggi da lui realizzati come City of God e The Constant Gardener, si sente sempre l’onnipresente presenza dello sguardo del cineasta. Meirelles oggi fa parte di quella schiera di registi – anche amati dai selezionatori dei festival – come Iñárritu e Reygadas che riescono a manipolare ogni vicenda, sulla carta anche potenzialmente felice, con un’invadenza stilistica sfrenata e incontrollabile. In Blindness l’esibizionismo di Meirelles è incontrollabile come in City of God. Oltre a ciò che viene inquadrato, sono spesso presenti dei fasci dei luce che entrano nell’inquadratura che hanno un’effetto spiazzante, come se proiettassero i personaggi e la storia in un’altra dimensione. È chiaro che anche in Blindness si sente soprattutto il meccanismo della costruzione e l’artificio dello sguardo. La vicenda, tratta dal romanzo L’aveuglement di José Saramago pubblicato nel 1995, vede il paese in preda a un’epidemia incontrollabile che si diffonde con una velocità incontrollata. Molti persone infatti sono colte da una cecità improvvisa che si propaga con il contagio. Le prime tra loro che sono state contaminate sono messe in quarantena in un ospedale dove sono come abbandonati a loro stessi. Solo una donna (Julianne Moore), moglie di un oculista (Mark Ruffalo) colpito anche lui dalla cecità, si pone come guida di questo gruppo di non-vedenti ponendosi come leader alla loro guida. L’apertura di Blindness era pure potente. Si vede infatti un uomo nel traffico che si ferma improvvisamente perché non riesce più a vedere niente. Un uomo, che finge di soccorrerlo, gli ruba invece l’auto. Meirelles però, nella sua totale mancanza di controllo, disperde poi quella dimensione quasi terminale che aveva raggiunto recentemente ben altri esiti sia con l’ottimo L’esercito delle 12 scimmie di Gilliam sia con I figli degli uomini di Cuaron, con cui condivide quel senso di tragico isolamento. Blindness vorrebbe portare, attraverso la continua presenze di un biancore accecante, a uno stordimento, a un disorientamento in cui si cerca in qualche modo di dare forma a un’universo apocalittico. L’apparente caos rappresentato da sempre l’impressione di essere non solo controllato ma anche modificato in base a uno stile che vuole essere subito riconoscibile, ma che invece finisce soltanto per togliere spessore emotivo alla pazzia (la scena in cui Gael Garcia Bernal canta “I Just Called To Say I Love You” di Stevie Wonder). Il sospetto, alla fine, è che questo film sia finito nelle mani sbagliate. Forse Don McKellar, autore della sceneggiatura che nel film interpreta anche il ruolo del ladro, sarebbe potuto essere il regista più adatto. Il suo Last Night era un grande film astratto e disorientante e anche Blindness, nelle sue mani, avrebbe potuto seguire questa strada. Peccato che sotto lo sguardo di Meirelles diventa invece un apologo messianico-filosofico che non produce alcun coinvolgimento se non nel momento in cui si vede Juliane Moore, abbandonata a se stessa, che si mette a piangere. Lì però è solo l’attrice che è uscita dal suo personaggio. Per un istante.

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Blindness" – HQ trailer of the movie

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