CANNES 64 – “La source des femmes”, di Radu Mihaileanu (Concorso)

la source des femmes
La sceneggiatura di Mihaileanu e Alain-Michel Blanc sembra cavalcare l’onda delle rivolte in Africa e Medio Oriente, per raccontare la propria visione dell’Islam e le spinte di modernizzazione del mondo berbero-arabo, fondate soprattutto sul desiderio di emancipazione delle donne. Il risultato è una storia davvero ‘esemplare’, da manuale del politically correct: un po’ di impegno sociale e politico, tutti i sentimenti e i drammi al posto giusto e, infine, il trionfo della caparbia sete di eguaglianza e giustizia. Il tutto tradotto in un cinema senza scosse e vibrazioni
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la source des femmesLe premesse potevano anche essere interessanti: vedere un regista come Radu Mihaileanu, sempre profondamente calato nella cultura ebraica delle sue origini, confrontarsi con l’universo femminile di una piccola comunità musulmana. La promessa di traiettorie non conformi. Ma l’illusione è durata ben poco: perché La source des femmes dichiara, quasi immediatamente, la sua intenzione di ripiegarsi su una convenzionalità di maniera, confermando il respiro corto di un cinema sostanzialmente divulgativo, a dispetto della problematicità dei mondi con cui viene a contatto.
Siamo in un piccolo villaggio tra il Nord Africa e il Medio Oriente e già questa indefinitezza dà l’idea del piglio superficialmente favolistico del racconto di Mihaileanu. Qui tutto funziona allo stesso modo da tempo immemorabile. Gli uomini si preoccupano di portare a casa il denaro, ma a causa della prolungata siccità e della mancanza di lavoro, passano le giornate nell’ozio più totale, nell’attesa di qualche carovana di turisti. Alle donne toccano le faticose faccende quotidiane, tra cui far rifornimento d’acqua presso una fonte di montagna, raggiungibile solo attraverso un sentiero accidentato e pericoloso, causa di cadute e aborti traumatici. All’ennesimo incidente, la giovane Leila, moglie ‘straniera’ del comprensivo ed emancipato maestro del villaggio, dà il via alla rivolta: finché gli uomini non condivideranno il peso del ménage familiare, le donne imporrano lo sciopero dell’amore. Andando incontro, ovviamente, alle resistenze della tradizione imposta da una cultura maschilista.  La sceneggiatura di Mihaileanu e Alain-Michel Blanc sembra cavalcare l’onda delle rivolte in Africa e Medio Oriente, per raccontare la propria visione dell’Islam e le spinte di modernizzazione del mondo berbero-arabo, fondate soprattutto sul desiderio di emancipazione delle donne. Il risultato è una storia davvero esemplare, da manuale del politically correct: un po’ di impegno sociale e politico, tutti i sentimenti e i drammi al posto giusto e, infine, il trionfo della caparbia sete di eguaglianza e giustizia. Il tutto tradotto in un cinema senza scosse e vibrazioni. Mihaileanu procede spedito, evitando i percorsi impervi che riserva alle sue protagoniste, e per questa via pensa di poter arrivare a toccare il reale e il presente. Ma La source des femmes, nelle sue immagini piatte e convenzionali, truccate da uno stucchevole lavoro sui colori, finisce per risultare insopportabilmente artefatto, costruito a tavolino come le sue svolte narrative. Qua e là emerge qualche personaggio, come quello di Vecchio Fucile (Biyouna), la guaritrice, che sembra una nuova versione di Tina Pica, dura, saggia e concreta. Ma, aldilà e nonostante le convinte interpreti (tra cui Hafsia Herzi, Leïla Bekhti e Hiam Abbas), si rimane rinchiusi in un villaggio abitato da figurine nostalgiche. Donne o uomini, poco importa. Probabilmente qualcosa poteva andare diversamente, come lascia presagire la prima parte, in cui lo sguardo di Mihaileanu sembra inseguire le traiettorie di un musical berbero, potenzialmente trascinante. Ma la paura di sconfinare nell’onesto spettacolo riporta il film nei ranghi di un tradizionale discorso lineare ed edificatorio, che non lascia nessuna libertà al cinema. Ma poco male. Questo è un film che avrà successo e, probabilmente, centrerà i suoi obiettivi. Ci scommettiamo. Classica programmazione pomeridiana, da cineclub progressisti a vocazione femminista.
 
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