CANNES 64 – "Midnight in Paris", di Woody Allen (Fuori concorso)

minuit a parisPorta bene Parigi a Woody Allen. A 15 anni da Tutti dicono I Love You il cineasta statunitense ritrova un’ispirazione d’altri tempi e un improvviso slancio in avanti. Midnight in Paris c'è un film notturno, luogo di improvvise magie, quasi il suo ‘ritorno al futuro’ dove stavolta non è la macchina del tempo di Zemeckis ma un auto d’epoca che trascina nel passato e materializza i fantasmi degli anni ’20 e della Belle Epoque. Gil e Inez sono una giovane coppia statunitense ormai prossima al matrimonio che va in vacanza a Parigi e la magia della metropoli francese opera una profonda trasformazione su entrambi. Attraverso la figura di Owen Wilson, attore sempre più straordinariamente astratto, si entra in una danza dei fantasmi con incarnazioni surrealiste (da Man Ray a Buñuel), spettri che riprendono forma come Hemingway e Scott Fitzgerald, con una luce fiammeggiante che stavolta inghiotte in un aldilà che fortunatamente ha perso l’artificialità di Scoop. Midnight in Paris è un film fatto di attese, di volontarie fughe dal presente, tracciando già nel protagonista il suo disagio esistenziale. L’arrivo della notte come l’oscurità dei vampiri, un balletto macabro con un andamento quasi musicale dove alla fine i veri mostri diventano soltanto i personaggi più contemporanei. Il presente in cui Gil è costretto a tornare si trasforma improvvisamente nel passato, in un’epoca irraggiungibile. Inoltre, con intelligenza, Allen non gioca sulle presunte visioni future del protagonista – a Buñuel dà solo lo spunto per L’angelo sterminatoree ritrova una vivacità nei dialoghi che ultimamente sembrava perduta (“Voi siete surrealisti e io sono un tipo normale”, o ancora lo scambio tra Inez e Gil “Chi te l’ha detto che ho una relazione con Paul?”  “Ernest Hemingway”). Midnight in Paris torna anche sui luoghi di Io e Annie nel mostrare un certo tipo di intellettualismo borghese incarnato soprattutto dalla figura di Paul (altra attraente metamorfosi di Martin Sheen), che col suo atteggiamento pedante esibisce la sua superiorità e che è protagonista di una discussione dialettica su Rodin alla presenza di Carla Bruni, o dalla solarità di Marion Cotillard, una specie di angelo che arriva nel futuro, lasciando lettere d’amore (dis)perse nelle pagine di un libro. Si riflettono poi ancora le ‘luci nella notte’ della Senna, riciclaggio di un set, di un ritorno di un luogo riattraversato nel suo cinema con la familiarità avuta soltanto con Manhattan a New York. Quello spazio del passaggio temporale, al rintocco della campana di mezzanotte, rompe ogni barriera temporale, come quella tra realtà e finzione presente in La rosa purpurea del Cairo. Gioco degli specchi con le derive di Cocteau, in una commedia dai mille volti. Forse si tratta anche un viaggio indietro nel tempo per Allen, al suo cinema degli anni ’80, un’immersione più d‘istinto che di sguardo (si veda il regista provvisoriamente cieco di Hollywood Ending), dove stavolta ciò che è immaginato e vissuto conta di più di quello che viene inquadrato.