CANNES 66 – “Max Rose”, di Daniel Noah (Fuori concorso – Séances spéciales)

max rose

Il fulcro di tutto il fulm è il corpo consegnato alla storia di Jerry Lewis, di nuovo protagonista al cinema dopo un’assenza che si protraeva dalla metà degli anni ’90. Noah gli sta attaccato addosso, stringe su di lui, gli dedica primi piani anche quando non ce n’è bisogno. Come se intravedesse in quel corpo e in quel volto, prossimi ai novant’anni, gli unici appigli in grado di salvare dal naufragio

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max roseChissà perché a Jerry Lewis girava tanto storta alla proiezione speciale di Max Rose, evento cardine del tributo a lui dedicato dal festival di Cannes. Al suo ingresso in sala, è partita l’ovazione del pubblico, ma senza aggiungere altro, ha urlato “I wanna a seat” e, poi, tra i denti, ha mandato tutti a quel paese. E, quando, dopo i saluti di rito dell’esordiente (?) Daniel Noah, gli hanno chiesto di aggiungere qualcosa, ha liquidato i seccatori con un secco “no”. Sarà stata colpa della stanchezza, di qualche disguido organizzativo di troppo. Sarà stata anche la voglia di accordarsi al burbero carattere del suo personaggio, un vecchio pianista jazz che deve affrontare la morte della moglie, dopo 65 anni di matrimonio. Ma, con un po’ di malafede, ci sorge il dubbio che il vecchio Jerry, in cuor suo, provasse una sincera insofferenza per tutta quella parata, sentendo che il film non avrebbe colto nel segno, non avrebbe retto il confronto con lui e con le potenzialità di una storia sincera.

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In effetti, il fulcro di tutto Max Rose è il corpo consegnato alla storia di Jerry Lewis, di nuovo protagonista al cinema dopo un’assenza che si protraeva dalla metà degli anni ’90. Noah gli sta attaccato addosso, stringe su di lui, gli dedica primi piani anche quando non ce n’è bisogno. Come se intravedesse in quel corpo e in quel volto, prossimi ai novant’anni, gli unici appigli in grado di salvare dal naufragio. E Lewis lo ripaga con la sua straordinaria capacità di muovere i tasti dell’anima alla stessa velocità e precisione di un pianista jazz. Certo, nei panni di quest’uomo che deve affrontare il dolore del lutto, ma anche lo spettro del fallimento e del tradimento, Jerry annulla le smorfie che lo hanno reso celebre, si spoglia di tutto il bagaglio comico della sua arte, ma si muove da un registro a un altro con la stessa agilità su cui si è sempre basato il suo repertorio. Gioca su una suprema sottrazione fatta di poche parole, di gesti decisi o nervosi o tremolanti, di sguardi, e canalizza su di sé il senso delle cose anche nei brevi momenti in cui non è al centro dell’inquadratura (basti vedere il dialogo con glia altri “pensionanti” o la “resa dei conti” con Dean Stockwell, mica l’ultimo venuto). In ogni istante avverti ciò che sente, fino a maravigliarti del prodigio di uno sguardo in macchina che annulla la macchina, per puntare semplicemente il vuoto. È davvero lui, con i suoi maglioni a rombi colorati, a dare un altro tono al film, a riscattare il suo personaggio da alcuni luoghi comuni fin troppo diffusi nel cinema americano quando si parla di vecchiaia (vedi lo stesso Nebraska), a rendere meno insopportabile l’incapacità di Noah di tenersi nei limiti del pudore. E in effetti questa regia televisiva sbaglia molto, soprattutto quando prova a fare uno scatto in avanti. Noah non sa bene cosa inquadrare, macella i dialoghi al montaggio, indeciso tra campo e controcampo, nella paura di perdere qualcosa. E rischia di perdere tutto. Ma Jerry ci dà una lezione che si aggiunge a quelle di Bruce Dern e Robert Redford. Ci accoglie ancora una volta a bocca aperta e porta la barca in salvo. Pur mandandoci a quel paese. Adesso usciamo da questo dannato posto!

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