#Cannes2017 – Ancien régime

Troppo brutto per essere vero. Un concorso così deludente del Festival di Cannes non l’avevamo mai visto in vita nostra. Appare soprattutto stonato, proprio in occasione del 70° anniversario. Forse alcune avvisaglie c’erano già quando in occasione della conferenza stampa si era visto che il cartellone non era completo. Quindi si sono aspettati dei film che non sono mai arrivati oppure sono giunti all’ultimo come l’ottimo D’après une histoire vraie di Roman Polanski. Giudicando anche dal gioco delle nostre pagelle (che non vuole essere sicuramente esaustivo ma comunque qualche indicazione ce la da), su 19 film in competizione solo 7 hanno raggiunto la media del 6. E la media complessiva, 5.40, è stata decisamente bassa. E il migliore è risultato The Beguiled di Sofia Coppola, remake di La notte brava del soldato Jonathan (1971) di Don Siegel, con la media del 7.88. Per il resto, siamo su un livello di mediocrità assoluta, compreso il vincitore The Square di Ruben Östulnd (5.40). Che il concorso da un po’ di anni guardasse i nomi prima dei film si era capito. Quest’anno poi ha puntato su certi registi che non si sono dimostrati affatto all’altezza, da Lynne Rcannes la giuriaamsay ai fratelli Safdie (che hanno invece molto colpito una parte della critica) fino a Kornél Mundruczó. Oppure ha proposto cineasti nel pieno della loro involuzione come Naomi Kawase, autori da festival che per noi sono stati spesso respingenti come Yorgos Lanthimos, Andrey Zvyagintsev e Michael Haneke. In più delusioni come Todd Haynes. E per chiudere, i giochini da cinema civile dal finale inaccettabile alla caccia del premio per la miglior attrice (Diane Kruger) che poi l’ha ottenuto per Fatih Akin e la mascherata per Godard di Michel Hazanavicius, due titoli che in un concorso normale anni fa non ci si sarebbero neanche avvicinati.

Tutto questo mente da qualche anno la Quinzaine rinnovata dalla guida di Edouard Waintrop cresce ogni edizione sempre di più, proponendo una varietà di cineasti sospesi tra passato e modernità, con un equilibrio incredibile tra la storia e il futuro, con una varietà di forme, aree geografiche, generi, impressionanti. Innanzitutto lo sguardo sul cinema italiano. Lo scorso anno c’erano tre generazioni diverse: Marco Bellocchio (Fai bei sogni), Paolo Virzì (La pazza gioia) e Claudio Giovannesi (Fiore). Quest’anno invece A ciambra di Jonas Carpigano poteva stare benissimo in competizione ufficiale. Così come anche L’intrusa di Leonardo Di Costanzo. Oltre questi due film, la Quinzaine ha mostrato uno dei più bei Garrel degli ultimi anni (L’amant d’un jour), uno strepitoso Abel Ferrara annegato nel suo cinema e nella sua musica (Alive in France), uagnès vardan Dumont che era stato un cineasta che non ci aveva prima convinto ma che fa un cinema che non si vede da nessuna parte come il suo musical su Giovanna d’Arco (Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc), belle scoperte dal cinema statunitense, innanzitutto con The Florida Project di Sean Baker e poi anche con Patty Cakes di Geremy Jasper. Non abbiamo poi visto il portoghese A fabrica de Nada di Pedro Pinho ma chi lo ha visto ne dice un gran bene e sembra anche questa una delle scoperte del festival. E lo stesso cinema ondivago di Claire Denis con Un beau soleil intérieur non avrebbe sfigurato in concorso in generale, in questo concorso in particolare. Come si può vedere, per noi il vero Festival di Cannes stava alla Quinzaine. E anche redazionalmente, quando ci siamo accorti dell’aria che tirava, abbiamo cercato di dare la massima copertura a questa sezione. Anzi, a posteriori ci sarebbe piaciuto seguirla integralmente.

cannes invitationPoche le scoperte. Tra queste sicuramente c’è il film russo Tesnota di Kantemir Bagalov. E poi gli incanti come gli eventi speciali di Agnès Varda (Visages villages) e il testamento postumo di Abbas Kiarostami (24 Frames), che avremmo potuto vedere comunque in ogni festival.

“È viejo” ha urlato un critico spagnolo al termine della proiezione di Rodin di Jacques Doillon. Ecco, è questo il problema. Il Festival di Cannes è diventato improvvisamente vecchio e mostra inesorabilmente gli anni che ha. Precedentemente se li era portati molto bene. O forse non ce ne siamo accorti. Lo abbiamo visto non solo nella scelta dei film. Quello è solo un aspetto per giudicare un festival. Ma lo abbiamo visto in una macchina organizzativa che faticava tantissimo nei controlli più dettagliati (sacrosanti) prima di entrare in sala. La paura degli attacchi terroristici si è fatta sentire ancora di più quest’anno rispetto al passato. E si è manifestata in pieno quando nella sala Debussy è stato ritrovato uno zaino. Sembra ci fossero più accreditati. Ma non abbiamo mai visto il Festival di Cannes respirare così affannosamente.

festival di cannes“È viejo”. Nella polemica con Netflix e i due film in concorso (dall’anno prossimo i film che saranno in competizione dovranno passare per forza in sala), ci sembra che Cannes abbia fatto un autogol. Un festival che, oggi, non sembra saper guardare al futuro. Che non guarda alle nuove generazioni (si sono visti pochissimi ragazzi sotto i 25 anni, cosa impensabile fino a qualche anno fa), e che è sempre di più impaludato nel suo cerimoniale. Che dal sottile fascino anche kitsch che aveva prima, appare oggi totalmente fuori dal tempo. Inadatto, sordo. Il rigore, la precisione, diventano monotona ripetitività.

Con un festival troppo brutto per essere vero sono già cominciate le previsioni per come sarà il prossimo Festival di Venezia e si sono fatti paragoni con l’ultima Berlinale. Ecco, è un giochino che abbiamo fatto in passato e di cui oggi sentiamo molto meno la necessità. Ci sembrano solo discorsi tra addetti ai lavori. Il pubblico, gli spettatori più giovani (che sono quelli da sedurre e che si devono cercare di appassionare con festival più moderni) ragionano per categorie giustamente del tutto differenti. Contano i film e il piacere della condivisione. Proprio sotto questo aspetto Cannes è stato un alieno.