#Cannes2017 – Good Time, di Josh e Benny Safdie

Immaginatevi un Walter Hill sotto effetto di acido e un’idea di partenza (quasi) simile all’inferno notturno di Fuori orario ed avrete questo Good Time dei fratelli Safdie, nati a New York City da famiglia ebraica, un passato da documentaristi e ora giovani (classe 1984 il primo, dell’ 86 il secondo) protagonisti della scena indipendente americana. L’inizio sembra una costola di tanti film di genere. Abbiamo due fratelli, Connie e Nicholas Nikas, che compiono una rapina in banca con cappuccio in testa e due maschere grottesche (di afroamericani) che gli coprono il volto. Nel prologo abbiamo visto che il secondo dei due è affetto da autismo, non è capace di autogestirsi e di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Capiamo anche che Connie non accetta la menomazione del fratello e lo allontana dall’attenzione di un assistente sociale. “Non sei come loro!” gli dice. La rapina però va a finire male e Nicholas viene arrestato. Connie sa che il fratello non può resistere a lungo all’inferno del carcere. Deve trovare nell’arco di una notte i 10.000 dollari necessari per la cauzione. E’ solo l’inizio di una discesa nell’illegalità e nel delirio di una assurda notte americana.

E’ un film che vuole intrattenere, ma vuole dirci anche qualcosa sulla disperazione dell’America contemporanea. Sin dal titolo l’operazione è chiara. Il Good Time non è propriamente un “momento piacevole”, bensì il contrappasso – non privo di un certo cinismo – all’excursus grottesco e violento del protagonista, nonché un riferimento al ritmo del film: incessante, ossessivo, inesorabile e assordante, con la colonna sonora tutta elettronica di Oneohtrix Point Never che fa costantemente da traino percussivo alle scorribande disperate di Connie. Luci al neon, scatti isterici di personaggi e macchina da presa – spesso a spalla – a catturare frammenti di un’America bassa salvo poi rimescolare e (montare) tutto in un incedere impasticcato, che consente poche parentesi introspettive. Robert Pattinson con lo sguardo stralunato e tinta bionda ai capelli attraversa per 100′ una dimensione underground, marginale, abitata da classi medio-basse, immigrati, alcolisti. C’è la bambina di colore, spettatrice fragile e annoiata, che Connie coinvolge nella fuga e poi l’africano che fa il custode ad Adventureland – e qui il set iperrealista evidenzia ancora quanto Good Time sia soprattutto un luna park socio-poliziesco con la corsa per salvare il fratello che diventa caccia al denaro e fuga dagli sbirri. I titoli di testa riprendono poi il look vintage degli anni 80, con le scene del carcere che rimandano a 48 ore o alla violenza selvaggia della prima parte di A 30 secondi dalla fine di Konchalovskij. Il nodo centrale è che i due fratelli Safdie non hanno ancora la maturità per fare due film in uno e qui sembrano interessati più alla forma che alla sostanza. Saturano il loro film di simbolismi, colori, suoni e dimenticano, se non per brevi frammenti, il “fattore umano”. Così a furia di sottolineare il loro incubo ce ne allontanano, ma perché in fin dei conti sono troppo interessati a chiudere una confezione che è quasi tutta di testa. Può lasciare tracce, ma può anche nascondere una ambigua distanza emotiva. Come quello di tanti giovani cineasti americani di oggi, il loro cinema appare già (troppo) consapevole e compiaciuto.

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