#Cannes2019 – Incontro con Sylvester Stallone

Tutti quelli che dicevano che fossi finito si sono sbagliati. Lo ammette candidamente Sylvester Stallone dal rendez-vous cannense: sulla Croisette ha presentato il restauro del primo Rambo e le immagini in anteprima del nuovo capitolo, il quinto, in cui il reduce di guerra torna ad imbracciare il coltellaccio contro il cartello messicano. Non c’è pace per John Rambo, neanche dopo l’agognato ritorno a casa del film precedente: c’è qualcosa nella natura umana che ci rende forti. Dobbiamo combattere, e non accettiamo facilmente la sconfitta. Il fallimento ci rende più intelligenti. Siamo in grado di accettare le nostre debolezze e trasformarle in punti di forza, spiega l’attore-sceneggiatore-regista.


Dalla persecuzione ritornante dei Razzies e le accuse subite per decenni di fare un cinema vuoto e propagandistico, all’ovazione della stampa che ora lo accoglie in sala: il riposizionamento, attuato con i dolenti titoli in cui l’icona dell’action più muscolare decise di mettere in scena la propria decadenza e i propri acciacchi, ha fatto sì che la diffidenza critica nei confronti di Sly si sia rovesciata in ammirazione, riconoscimento, una nomination agli Oscars2016 nell’anniversario di quella ottenuta per il primo Rocky.
Rocky Balboa mostra il modo in cui si accetta di invecchiare. Questa era anche l’idea alla base di The Expendables: abbiamo riunito tutti i nostri eroi dell’infanzia in un film. Certo che sono invecchiati, ma tutti insieme, sono ancora forti! Quando si invecchia, non si deve fingere il contrario o cercare di nascondere i cambiamenti; devi accettarli e andare avanti.

D’altronde, Stallone sa bene come ispirazione continua e ricerca della forza per reagire siano fondamentali ad Hollywood, prima di Rocky ero un signor nessuno con un fisico strano e mezza faccia paralizzata, ricorda. Quando cercavo di trovare un lavoro, nessuno capiva cosa stessi dicendo. Mi ripeto sempre: se ci sono riuscito io, può farcela chiunque. Quella di Rocky è una storia ottimista, simbolica, mostra il potere del cinema, ancora oggi ci sono ci sono “Rockys” e “Rockyettes” in tutto il mondo che possono identificarvisi. Per questo l’idea di Ryan Coogler su Creed ha funzionato così bene già per due volte.

E sulla questione politica, che continua a essere un tarlo nei suoi confronti, ammette: sono sempre stato un ateo politico. Non pensavo a Rambo come un manifesto politico, quando Reagan disse che era un film repubblicano sono rimasto sinceramente molto sorpreso. Per me rimane una storia che cerca di fare luce sui traumi dei veterani del Vietnam, avevo fatto ricerche sui molti reduci che decisero di suicidarsi non riuscendo a fare i conti con i postumi della guerra…