#Cannes2019 – Rocketman, di Dexter Fletcher

Lustrini, maschere, piume, occhiali a cuore. Benvenuti nella Bohemian Rhapsody di Elton John, dove si balla Saturday Night’s Alright for Fighting in mezzo alla strada e si vola a mezz’aria cantando il ritornello di Crocodile Rock. Un altro film sulla musica degli anni 70 e su una star omosessuale come quello sui Queen e Freddie Mercury amatissimo da pubblico e addetti ai lavori (quattro Oscar). Evidentemente, come indica anche The Dirt, il divertente racconto sui vizi e stravizi dei Motley Crue lanciato da poco su Netflix, il rock torna a dettar legge anche sul grande (e piccolo) schermo. È tempo di cover, camuffamenti vintage e di superfici pop e sonore da rieditare, anche se Rocketman sembra forse prendere le mosse dalla Julie Taymor di Across the Universe, innamorato com’è dall’effetto speciale antinaturalistico. Magia e sogno del numero musicale. Qui siamo lontani dal mimetismo performativo e docu-televisivo – il finale al Live Aid – suggerito dal film di Singer. È vero che Rocketman racconta la carriera di Elton John nel suo decennio più esplosivo a cavallo tra gli anni ‘70 e gli ‘80, ma non è propriamente un biopic. Siamo infatti esplicitamente dalle parti del musical, di cui rispetta virtuosismi registici, coreografie e un ri-arrangiamento musicale che qua e là si prende anche piccoli rischi.

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Il film di Dexter Fletcher – che vede la stessa rockstar nel ruolo di produttore esecutivo – vuole assolvere il difficile compito di celebrare la musica del personaggio e allo stesso tempo raccontarne gli incubi e le fragilità. Ascesa, caduta e rinascita. Tutto in primo piano e quasi tutto attraverso il suo punto di vista. È infatti proprio Elton – interpretato con impegno dal gallese Taron Egerton – a raccontare la sua storia al pubblico. “Sono un alcolista e un consumatore di cocaina” esordisce con look glam durante la seduta di disintossicazione. Rocketman drammaturgicamente parte da qui, dal punto più nero nella carriera del cantante. Come fosse il primo atto di un’opera teatrale, il protagonista si siede e inizia a raccontare. Ogni tanto si alza e canta. Partono così i flashback sull’infanzia, il precoce talento musicale, le performance nei localini e l’incontro con Bernie Taupin, il fedele amico e autore dei testi delle sue canzoni. Fino al successo di Your Song, la tournée negli Stati Uniti e l’incontro con John Reid, manager amante ossessionato dal business – lo stesso dei Queen, a evidenziare sia nelle somiglianze sia nelle differenze una continua dissolvenza incrociata con Bohemian, a cominciare dalla presenza di Dexter Fletcher dietro la macchina da presa, ovvero il regista chiamato dalla Fox per chiudere le riprese del film sui Queen.
L’ostinazione con cui Fletcher cerca in tutti i modi di entrare nell’intimità del personaggio nasconde un paradosso. In un film in cui tutti sembrano affrettarsi a raccontare la persona dietro la maschera, alla fine si finisce con l’avere nostalgia della maschera.