Chiudi gli occhi, di Marc Forster

E’ tutto in un piccolo gesto. All’inizio di Chiudi gli occhi, del regista tedesco Marc Forster, Gina (Blake Lively) e suo marito James (Jason Clarke) sono sul letto. Le scene di sesso si confondono con nuvole in movimento, fiumi che attraversano pezzi vuoti di terra, corpi nudi che si ripiegano come un caleidoscopio e lenzuola che sembrano montagne, neve, sabbia. Tutto parte dallo stesso ciclo, senza inizio né fine. A un certo punto, James scosta le lenzuola dal viso di Gina, colpendola con la luce intempestiva dell’alba. Per lui, è un gesto di sovranità, di potere. Per lei, soltanto una variazione del buio. Gina non distingue forme, oggetti, silhouette, soltanto riesce a percepire l’intensità della luce. Dopo un incidente stradale accadutole da bambina – dove sono morti entrambi suoi genitori – ha perso la vista. Adesso, è suo marito a guidarla, a filtrare le sue visioni, a parlarle di un mondo che lei riesce soltanto a ricordare.

Trasferiti a Bangkok a causa del lavoro di James – una città che, appunto, è riconoscibile e si muove attraverso i colori, i sensi, l’intensità e le variazioni delle luci – Gina prova a  scoprire di cosa è fatta in un mondo che va avanti troppo veloce, e il cui fascino lei riesce soltanto a intuire. Ma la possibilità di un intervento con cui potrebbe riacquistare la visione – almeno di un occhio – diventa l’occasione per scoprire gli strati oscuri di una vita nascosta nel buio.

Se attraverso il suo percorso, Marc Forster è riuscito a galleggiare tra diversi generi, avendo come unica costante la ricerca di nuovi luoghi e spazi dove sviluppare i suoi racconti – il dramma nella “America perduta” di Monster’s Ball, la fine della favola di Neverland e la fine del mondo di World War Z, lo sguardo verso l’Oriente con Il cacciatore di aquiloni o il corpo in movimento del Bond di 007- Quantum of Solace– sembra che questa volta abbia voluto chiudere gli occhi, cancellare tutto soltanto per poter recuperare la vista, rovesciare ogni sguardo e ricostruire un immaginario, una storia, la visione di un mondo esaurito. Ogni inquadratura sembra una bozza, l’inizio di un dipinto, colori e tessuti che si muovono cercando una forma ancora ignota, che per forza deve cancellare quella precedente. C’e qualcosa di incompiuto pure in Gina, che non ha da fare soltanto con la sua cecità ma anche col suo modo d’approcciarsi a ciò che la circonda, come se se fosse pure lei una bozza, un tessuto che solo riesce ad avere consistenza distruggendo la sua versione precedente e ricominciando dal buio. James – l’eroe, il marito dedicato, il “guardiano” – è anche lui un corpo a metà, una frazione che trova nelle mancanze dell’altro la sua forza. “Ti piace prenderti cura di me?” gli chiede Gina in un momento di buio e intimità. “Sì, perché mi fa sentire speciale”, risponde James. Al contrario della scoperta dell’amore attraverso la cecità come in Luce della città di Charles Chaplin o della Anna dei Miracoli di Anne Bancroft, che vuole spingere la piccola Helen verso la luce, James trova il conforto trattenendo Gina nel buio, che è allo stesso tempo la sua unica possibilità di brillare.

Alla fine, si tratta di un gioco di ruolo, dove a tutti tocca essere cieco e vedente, guida e protetto, vittime e carnefici. Una dinamica che trova il fulcro nella sua relatività, nel flusso tra le due dimensioni che costruiscono il nostro immaginario visivo: ciò che riusciamo a vedere, e come si riproduce – e ripiega –  nella nostra mente. Il poter diventare, come Gina, una sorte di Peeping Tom – non soltanto delle vite degli altri ma della propria esistenza – che riesce a vedere di più mentre più accorcia e delimita la sua visibilità.

Così come basta qualche goccia di collirio a far guarire un’occhio, Chiudi gli occhi è un film liquido, in quanto trova il suo flusso nel movimento degli elementi e dei sensi. È dentro l’acqua, sospesa, come una rinascita oppure alla ricerca del sollievo della fine, dove Gina s’espande con assoluta libertà. Forse davanti alla perdita della vista, l’acqua diventa l’elemento giusto dove muoversi, una dimensione di assoluta chiarezza, dove tutti gli altri sensi, l’udito, il gusto, il tatto, vengono distorti, non contano più. Dove ci serve solo l’intuizione primitiva che ci permetta di seguire il flusso. Anche se a volte l’acqua si condensa e diventi vapore, nebbia, uno spessore che ci impedisce di raggiungere la visibilità giusta, l’immersione assoluta.

Titolo originale: All I see is you
Regia: Marc Forster
Interpreti: Blake Lively, Jason Clarke
Origine: USA, 2016
Durata: 110′
Distribuzione: Eagle Pictures