CinemAsia – Panopticon dell'orrore: da Ring a Sadako

sadako 3dLa storia è arcinota e vale la pena ripercorrerla velocemente solo per riprendere il filo. Suzuki Koji pubblica Ring nel 1995 in Giappone e suscita un interesse immediato, che porta a numerosi libri collegati. Il romanzo viene subito trasposto in un film per la televisione da Takigawa Chisui (Ringu: Kanzenban), ma il vero sprone alla mania si ha con la versione cinematografica, di tre anni successiva, a firma Nakata Hideo (Ring). Da qui in poi è un fiorire di sequel, prequel, spin-off e rivisitazioni che creano un articolatissimo contesto transmediale e transculturale. Oltre a letteratura e cinema sono infatti coinvolte serie tv, fumetti, videogame, Alternate Reality Game e più in generale una vasta rete di fan che lentamente contagia i paesi limitrofi (The Ring Virus, remake coreano di Kim Dong-bin del 1999) e gli Stati Uniti (con i due The Ring). Una moltiplicazione di prospettive che si basa su una intuizione quasi banale, ma efficacissima, inoppugnabile sia a livello pratico, ovvero di presa sul largo pubblico, che teorico: la maledizione di una donna sola e vessata si trasmette a un documento visivo in grado di contagiare chi lo guarda. L'ignaro spettatore diventa a sua volta agente propagatore del video, e quindi della maledizione, in una diffusione virale che non ha requie. Il sostrato è pregnante: la visione è un atto patogeno, non neutrale, dalle valenze psicosomatiche mortali, in un rifrangersi di rimandi mediati che ne aumentano la portata (occhi/specchi/schermi).

sadako 3dLa nuova serie, che parte da queste vestigia, torna ancora una volta a Suzuki Koji e a un suo romanzo, S, per rifondare il mito e trasportarlo a una nuova generazione spettatoriale – mettendo in parallelo filmico e metafilmico. L'avventura parte con una serie di misteriosi suicidi, sembra conseguenti a un video trasmesso in streaming di un artista che sta commettendo a sua volta un suicidio in diretta. Il video della sua presunta morte diventa un feticcio ricercato ossessivamente e morbosamente sul web, spingendo a successive ondate di morti. Sul caso indaga tanto la polizia, quando Akane, una giovane con poteri nascosti. La seconda installazione, che segue di cinque anni gli eventi del primo episodio, ruota invece intorno a una bambina, figlia di Akane, che sembra in grado di spingere chi la circonda alla morte, per mezzo dei device tecnologici.

Sadako 3D, uscito nel 2012, e Sadako 3D 2, uscito nel 2013, sono entrambi diretti da Hanabusa Tsutomu, regista altalenante noto soprattutto per film ambientati in ambito scolastico e per la dubbia commedia The Handsome Suit (2008). Hanabusa ci mette in effetti un po' a carburare, e il primo episodio risulta fiacco, visivamente stanco, mentre con il secondo riesce perlomeno a rifondare un universo visivo coerente. Più che il risultato complessivo, però, qui interessa sottolineare la vitalità di quella intuizione iniziale, che riprende voce e corpo – si reincarna, proprio come nella storia raccontata nel film – e torna a tormentare la visione. La maledizione di Sadako è fuori dal tempo, cioè può tornare in qualsiasi momento, e non può essere contenuta, non può fare altro che moltiplicarsi all'infinito, specialmente in una contemporaneità ormai iperconnessa, pervasa da smartphone, portatili, schermi giganti.

sadako 3d 2Lo scarto tecnologico non è indifferente: Ring era stato scritto durante il boom dell'home entertainment analogico, fatto di pesanti videocamere amatoriali e lettori vhs. Sadako 3D e Sadako 3D 2 tornano nell'era della multimedialità digitale onnivora e onnicomprensiva. In questo caso la ritornante Sadako può realmente puntare all'apocalisse, perché chiunque, in qualsiasi momento, ovunque, è raggiungibile da uno schermo, e dunque può vedere il video ed essere visto dallo spirito vendicativo. Non è un caso se soprattutto il primo film insiste pesantemente sugli schermi come spartiacque tra due mondi, quello della normalità e quello del dolore e della morte, contiguo ma contrapposto, con riprese che partono da dietro/dentro gli schermi per sbucare poi nel quotidiano. Qui sta ovviamente una valenza aggiunta per il 3D stereoscopico con cui sono realizzate le due pellicole, con la possibilità di far balenare dallo schermo le immagini – esattamente come nella scena più conosciuta e imitata del film di Nakata Hideo, quando Sadako bucava il televisore e si materializzava nella realtà. Purtroppo il 3D non è usato al meglio, serve solo per qualche trucco prospettico a coadiuvare i salti sulla sedia, eppure convoglia l'attenzione su quello scarto anche tecnologico che è intercorso tra la prima ondata e il presente.

Presi di per sé, i due film di Hanabusa non rimangono particolarmente impressi, e sono anzi facilmente accantonabili come improvvide repliche, svuotate di senso, per quanto il secondo film provi a riscuotersi dal torpore. Inscritti però all'interno del coacervo transmediale di cui fanno parte, come prosecuzione di quell'irto sistema di rimandi e mediazioni, spingono invece a riflessioni ulteriori sul potere di fascinazione delle immagini, in questo panopticon orrorifico che è divantata la realtà, in cui la continua presenza online significa anche la continua possibilità di vedere/essere visti, e quindi di essere trasformati da ciò che si vede, in un processo di contaminazione continuo e inesauribile. La “visione diseguale” cui porta questa connessione permanente (non si sa quando si è osservati, o da chi, ma si ha la sensazione di essere osservati – che non a caso è anche uno dei meccanismi del terrore filmico), pone il singolo in uno stato di angoscia permanente, ulteriore forma di ripercussione fisica dell'azione del guardare.

 

La rubrica è a cura di www.asiaexpress.it

 

IL TRAILER DI SADAKO 3D

 

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IL TRAILER DI SADAKO 3D 2

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