DUMBO. Incontro con Tim Burton

L’ultimo remake live action targato Disney ha trovato il suo protagonista in Dumbo, l’elefantino volante. A curare la regia del film è stato chiamato Tim Burton, che ha prestato la sua fantasia per dar vita ad una nuova avventura che coinvolgesse nuovo e vecchio pubblico. Arrivato a Roma per presentare Dumbo, che sarà in sala in Italia da domani 28 marzo, il regista è stato accolto calorosamente dalla stampa romana.

Un look stravagante e dei calzini multicolor accompagnano Burton verso le poltrone della sala dove, tra un sorriso e una smorfia, inizia a parlare senza sosta: “Sapete, pur avendo fatto un film sul circo, non l’ho mai amato per paura dei clown e per il fastidio che mi da vedere gli animali sfruttati. Gli zoo invece sono un discorso diverso perché è chiaro che un animale selvatico non dovrebbe essere tolto alla natura selvaggia, ma in compenso può servire per salvaguardare delle specie pericolosamente in via d’estinzione e anche per far imparare cose nuove ai bambini. Io poi sono sempre a contatto con gli animali nei miei film, tra cui me stesso” afferma ridendo di gusto. Poi agguanta di nuovo il microfono e parla della sceneggiatura del suo nuovo film: “Nel mio racconto troviamo parallelismi tra i personaggi umani e Dumbo. C’è sempre questo senso di perdita che li collega e quindi volevo che lo spettatore percepisse un senso di spiazzamento poiché calza bene con il tema di Dumbo stesso. E volevo anche trattare la famiglia in modo nuovo, non ricorrendo ai soliti cliché”. Conseguentemente è stato chiesto al brioso americano quanto ci tenesse a mostrare il rapporto genitore-figlio in un’opera che si basa principalmente su ciò: “È un tema primitivo quello del rapporto tra un genitore e il proprio figlio. È la vita, nella sua forma più reale. La famosa scena della mamma che culla Dumbo dalla gabbia era importante per me inserirla, nonostante dovessimo calcolare bene i tempi visto che il classico animato dura appena un’ora e il mio invece raddoppia”.

 

Ad attirare ulteriormente fan e critica è stata la scelta del casting, che vede il ritorno di vecchie glorie del cinema Burtoniano come Danny DeVito e Michael Keaton: “Per me era molto importante lavorare con figure che conoscevo bene. A dirla tutta siamo come un gruppo di persone strane che cercano di creare qualcosa di altrettanto strano. Con Danny ridevamo durante le riprese perché abbiamo fatto tre film ad ambientazione circense e a nessuno di noi due piace il circo. Michael non lo vedevo da tantissimi anni e rilavorarci assieme è stato bellissimo”. La domanda spinosa giunta a Burton subito dopo queste parole curiosava su cosa pensasse dei Batman successivi al suo e con grande simpatia e garbo ha risposto: “A me piacciono sia il Batman di Christopher Nolan che quello di Zack Snyder, sono tutti grandiosi. Mi sento molto fortunato di aver potuto lavorare con quel personaggio, ai tempi era qualcosa di nuovo vedere un Batman al cinema”. Nel nuovo Dumbo le scenografie giocano un ruolo ovviamente fondamentale, restituendo quel senso di artigianato che da sempre contraddistingue i cult del regista: “Abbiamo costruito tantissimi set, quasi tutto è reale per far percepire quella sensazione di essere davvero sul posto.  Abbiamo qualche cielo in CGI, ma tutto quel che vedrete di Dreamland è praticamente un grande set. Le cose cambiano, abbiamo nuovi strumenti come il 3D ma le cose più tradizionali mi mancano un po’, adoro i film d’animazione con le tecniche di una volta e continua ad essere presente in me il desiderio di fare cinema nella sua natura tattile”.

Il classico Disney del 1941 fu acclamato unanimemente per la sua forte valenza artistica, specialmente in alcune sequenze diventate vera e propria iconografia cinematografica. Una sfida che Tim Burton ha raccolto ed affrontato: “Ricordo la sequenza onirica di Dumbo, era qualcosa di folle e lo è tutt’ora. Era dunque fondamentale per me riportarla nel film, ma in un contesto diverso. Ho cercato di mantenere lo spirito originale, ma cambiandolo ed adattandolo in una forma più magica e meno paurosa. Il film originale è legato al suo tempo, dunque risulta datato sotto certi aspetti, ed ecco perché ho tolto scene come quella dell’elefantino che si ubriaca, dei minorenni che bevono ma soprattutto quella dei corvi. Ha fatto la sua epoca e aveva una valenza anche molto razzista. Non potevo inserire queste cose. Volevamo puntare sulla semplicità del tema del diverso che riesce ad usare il suo handicap trasformandolo in qualcosa di bello. Io non esisterei se non fosse stato per gli studi Disney dell’epoca, che mi han permesso di crescere”. Arrivati ormai ai saluti, è stato chiesto un parere sul premio che il cineasta riceverà ai David Di Donatello quest’oggi: “È emozionante ricevere un David perché prima di tutto io non vengo premiato molto spesso (ride) e poi qui a Roma mi sento sempre a casa e ricevere un premio, avendo tratto tante ispirazioni da registi italiani. Argento, Bava e Fellini mi hanno ispirato molto nella mia carriera. Dario è un gran regista e ha un negozio (Profondo Rosso) pazzesco che vi consiglio di visitare”.